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    Recensioni

    La strada di San Giovanni di Italo Calvino

    La strada di San Giovanni di Italo Calvino - interno storie

    La strada di San Giovanni (Mondadori) è una raccolta di storie autobiografie, pubblicate postume. Italo Calvino l’aveva pensato come Passaggi obbligati, perché considerato in un disegno più ampio che avrebbe incluso altri scritti., questo ci dice Esther Calvino nella breve prefazione al volume.
    Il racconto che dà il titolo al libro ha catturato la mia attenzione, storia di una topografia paesaggistica e familiare.

     

    Ma andiamo per ordine. L’autore inizia a tracciare i confini, i riferimenti naturali che ruotano intorno al punto di partenza della sua narrazione.
    Villa Meridiana, dimora dei Calvino al rientro da Cuba, situata nella “punta di Francia”, a mezza costa sotto la collina di San Pietro, sancisce il limite tra la città che si dirige verso la marina (il porto è nascosto dalle abitazioni), piazza Colombo e la campagna. Intorno un reticolato di vie, campanili, il teatro comunale e il bosco che ha in eredità la toponomastica napoleonica con nomi quasi fiabeschi che ritroviamo nel Barone rampante – la fascia del Caporale, il Cammino dell’artiglieria.

     

    Italo lo dichiara senza giri di parole l’attrazione che la città, le luci, il cinema (ne parlerà in Autobiografia di uno spettatore, sempre presente nel libro) esercitano su di lui è potente, è l’opaco da perlustrare: «i segni del futuro mi aspettavano di decifrarli laggiù da quelle vie». Non riconoscerà più Sanremo, forse la Liguria tutta, vittima della speculazione edilizia negli anni del boom economico, tanto che sceglierà altri lidi per trascorrere le vacanze estive e che porterà alla vendita della casa di famiglia.
    Per il padre è un’appendice costretta quella via urbanizzata, solo per le incombenze irrisolvibili. Oltre gli studi, le gambe portano a San Giovanni, sede dei terreni coltivati, «il solo luogo che sentiva suo», un microcosmo ben circoscritto in cui tutto quello che si agita intorno non ha contenuto.
    Due chilometri e mezzo, mezz’ora a piedi, tutto in salita, Mario segue un percorso ben collaudato e personale. Rituali, incluso il vestiario, di impazienza, parole attente – che si rivitalizzano di dialetto e lingue esotiche –, che lo porta di primissimo mattino nei campi, nell’attesa che i figli lo seguano qualche ora dopo per tornare a casa carichi di frutta e verdura, nascosti agli occhi dei vicini da foglie, che puntualmente si perdono lungo il tragitto.

    Il mare è lì, in uno spacco triangolare della valle, a vu; ma è come se fosse miglia e miglia lontano, il mare estraneo a mio padre e a tutta la gente che si muove per le nostre strade mattutine.

    Il racconto si muove lungo due prospettive, una verticale che raggiunge San Giovanni in una dimensione panica, l’altra orizzontale che si dispiega lungo le vie cittadine.
    Al giovane Italo quel mondo agricolo è estraneo, spazio bianco senza significati. Forse è la presunta immobilità di una vita contadina, di un paesaggio che muta solo con le stagioni e grazie all’operato di chi coltiva, che lo rendono poco brulicante di indagini. Tradisce le aspettative familiari, un’eredità votata alla scienza che solo il fratello Floriano coglierà.

    Di fronte alla natura restavo indifferente, riservato, a tratti ostile. E non sapevo che stavo anch’io cercando un rapporto che sarebbe stata la letteratura a darmi, restituendo significato a tutto, e d’un tratto ogni cosa sarebbe divenuta vera e tangibile e possedibile e perfetta, ogni cosa di quel mondo ormai perduto.

    Su questo viottolo campestre si snoda il racconto di un rapporto tra padre e figlio, di una vana trasmissione di una passione, di due pensieri che si traducono in una certa incomunicabilità. Ne sono testimonianza anche le lettere durante gli anni universitari, molto pratiche. Parlarsi è piuttosto complicato, nonostante l’indole verbosa di entrambi con alfabeti del tutto opposti: «per mio padre le parole dovevano servire da conferma alle cose; per me erano previsioni di cose intraviste appena, non possedute, presunte».

    In questo esercizio della memoria, uno dei rari scritti intimi, il ricordo che non slega certe questioni, il recuperare quei momenti, porre rimedio al conflitto di idee. Probabilmente non si può nemmeno considerare nostalgico, non percepisco il rimpianto ma piuttosto una constatazione delle proprie azioni e personalità.

    Ora si, dall’alto degli anni, vedo ogni fascia, ogni sentiero, ora potrei indicare la strada a me che corro tra i filari, ma è tardi, ormai tutti se ne sono andati.

    Li penso così in una giornata estiva assolata, padre e figlio, intorno il verde della natura domestica, la misura del silenzio.

    Poco prima di San Giovanni, la strada si dirama in due direzioni: Mario si inerpica per la collina, mentre lungo il percorso di Italo si disporranno Torino, Firenze, New York, Parigi, Roma.

    Mio padre dice cose sulla mignolatura degli olivi. Io non ascolto. Guardo il mare e penso che tra un’ora sarò alla spiaggia. Alla spiaggia le ragazze lanciano palloni con le braccia lisce, si tuffano nel luccichio, gridano, schizzano, su tanti sandolini e pedalò.

     

    La strada di San Giovanni di Italo Calvino, Mondadori, 1995

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