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Comodini – Giui is not an artist

Comodini - Giui is not an artist - interno storie

Se Giui sia o no un’artista lo giudicherete voi. Per me lo è: poetessa delle rigide architetture contemporanee, fotografa di inaspettate prospettive. E lo scatto di oggi ne è la dimostrazione, tanto che sapevo fin dall’inizio che da lei mi sarei aspettata cose sorprendenti. Il suo blog è ricco di spunti, di parole e immagini, e incarna in pieno la sua anima sognatrice  e folk. Al mattino si fa l’oroscopo da se, il caffè è l’oracolo di sentimenti e nuovi traguardi. Come quello che tra pochi giorni la riguarderà.. Intanto le auguro un grande in bocca al lupo. Oggi per noi ci racconta il suo comodino.

I miei [S]COMODI COMODIni
Ebbene si, lo ammetto.
Ho avuto tanti comodini.
Molti dei quali per niente affatto comodi.

Storie d’amore da cime tempestose per alcuni, in cui ho lasciato il cuore chiuso in un cassetto. Perciò, se vi capitasse un giorno di sentire palpitare dalle profondità di qualche comodino, non aprite, potrebbe essere il mio cuore che vuole essere lasciato lì e voi potreste trovarvi in un piccolo mini-appartamento che da su place de la Guillotière a Lyon.
A parte rari casi con cassetti, per lo più i miei sono sempre stati comodini improvvisati, precari. Ciò è dato dal fatto che prediligo letti molto alti o letti molto bassi. Per evitare di scrivere una “genealogia dei miei comodini”, che all’orecchio suona tanto come “le mie prigioni”, vado al sodo e ammetto banalmente che la costante di tutti i miei comodini sono i libri. A volte han fatto loro stessi da struttura portante per altri libri. Libri su libri.
I vari traslochi, spesso temporanei, in spazi sempre più ristretti, mi hanno insegnato l’arte della leggerezza, così piano piano tutti gli oggetti sentimentali, significativi e significanti hanno rinunciato alla loro presenza fisica accontentandosi di un posto riservato nel cuore, ma i libri persistono. I libri dei miei comodini li porto ovunque, anche nei viaggi on the road in tenda. Sono volumi che a letto ho letto, riletto, straletto. Ma sento di doverli avere sempre lì, perché mi infondono sicurezza. Fungono da mio centro di gravita permanente e la sera spesso, quando non riesco a dormire, mi arrampico su quello che in questo momento è il mio letto a castello, scelgo un volume e lo apro a caso, ritrovandomi a casa in quelle parole. Ritrovarsi per caso a casa, quale sensazione può essere migliore prima di addormentarsi?
Alcuni di questi volumi sono Donne che corrono coi lupi di Clarissa Pintola Estès, ormai così consunto che un giorno mi si disferà tra le mani e che credo di aver regalato a non so più quante amiche, Un altro giro di giostra di Tiziano Terzani, che mi indica la strada quando mi sento persa nel mio viaggio, La psicomagia di Alejandro Jodorowsky, che rafforza la mia idea che la poesia migliore sia azione.
Le parole tra queste pagine sono quelle che mi aiutano ad addormentarmi ricordandomi il mio obiettivo: diventare giorno dopo giorno una persona migliore. Non importa quali sbagli devastanti, quali errori incalcolabili o semplici sviste io abbia compiuto durante la giornata, solo vedere il dorso dei volumi che mi guardano, mentre mi rintano sotto le lenzuola, mi ricorda che domani potrò fare di meglio.
Trai volumi spunta anche Sogno di una notte di mezza estate di William Shakespeare.
È proprio il volume che mi ero fatta regalare in terza media da mio zio, insieme a le raccolte delle novelle di Verga. È tutto stropicciato, spiegazzato, è il libro che ha visto più comodini di tutti, eppure non riuscire mai ad abbandonarlo o a cambiarlo con un’edizione più nuova.
Non ho idea del perché io ami così tanto, tra tutte le opere di Shakespeare, Sogno di una notte di mezza estate, ma forse è sempre una questione di corrispondenze e anni dopo esser già diventato il mio libro preferito, un’insegnante di teatro lo avrebbe citato, nel soprannominarmi Pucky, in onore del folletto Puck.
Sepolte tra le pagine del libro ci sono anche gli appunti di un’improbabile trasposizione cinematografica dell’opera, che sto scrivendo dalla prima volta che ho finito il libro: una delle tante imprese chimeriche destinate a rimanere potenziale inespresso, perfette da ospitare su un comodino.
Spunta poi un volume piccolissimo, I ragazzi sognanti di Oskar Kokoschka, un piccolo tesoro scovato non so più in quale mercatino. La copertina cita: otto litografie, testo e immagini visionarie e sensuali di Kokoschka ventenne. Nient’altro potrebbe essere più adatto. Incredibile che in qualcosa di così piccolo possa essere racchiuso un così grande sospiro di lieve bellezza.
A rotazione, sul comodino si può trovare anche il numero stagionale di «Kinfolk», il mio magazine preferito, di cui studio ogni fotografia in ogni particolare e che è un viaggio nella stasi tranquilla dal sapore nordico.
Come vedete, anche il mio ultimo è un comodinoscomodo.
Una mensola appesa quasi ad altezza soffitto, qui in alto non ho la luce, quindi sono piacevolmente costretta a leggere le ultime pagine prima di addormentarmi, sotto le lenzuola con la luce del cellulare, come se fossi in una di quelle tende che si costruiscono avventurosi bambini.
Sono destinata a cambiare ancora tanti comodini e se tazze, fiori di cotone, biglietti e segnalibri, cambieranno e si perderanno ad ogni trasloco, i libri rimarranno. Questi libri faranno spazio ad altri, che forse viaggeranno con me per un periodo e poi prenderanno altre strade, ma di una cosa sono certa, per capire i sogni di un sognatore, basta sbirciare il suo comodino.

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2 Commenti

  • Reply Cristina

    Bellissimo post!
    Io ho un comodino classico con cassetti e rotelle, ma sono sempre stata affascinata da comodini meno tradizionali :)

    15 aprile 2016 at 15:14
    • Reply Marina Grillo

      Da Giui non potevo aspettarmi un comodino convenzionale.

      21 aprile 2016 at 13:12

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