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Comodini – Librofilia

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Chiara di Librofilia è una mia conterranea, conosciuta qui sul web in quelle rare occasioni in cui la piazza più affollata del mondo non si contorna solo di figurine detestabili.  Ultimamente abbiamo trovato un punto di contatto in Joan Didion – lei ha letto Run River, romanzo di esordio, io Verso Betlemme – arrivando alla conclusione che dovremmo proseguire in questa conoscenza letteraria.
Chiara è un’American literature lover, in poche righe si presenta a suon di rap.

Da buona calabrese ho la testa dura e ogni passione la vivo come una specie di questione di vita o di morte, in compenso adoro il mare e forse, proprio per questo motivo non riuscirei mai e poi mai, a vivere in un altro posto diverso da quello in cui vivo.
Mi piace la birra e mi piace il rap ma soprattutto adoro la narrativa nordamericana, a tal punto da non riuscire a leggere nient’altro perché ne sono totalmente assuefatta e ad essa devo buona parte di quello che sono adesso.
A proposito di stranezze, ci tengo a dire che colleziono tappi ed etichette di birre, segnalibri dal mondo e snowglobes e infine, gestisco un blog con annesso canale YouTube, nel quale parlo di libri, soprattutto nordamericani.

Il mio comodino effettivo, posizionato accanto al letto, è abbastanza ordinato e oserei dire anche ordinario, sul quale trova posto una lampada dal design piuttosto essenziale e minimalista – molto carveriana, oserei dire – poi alcuni piccoli totem che mi piace ritrovare accanto ad ogni mio risveglio, tra cui alcune fotografie incorniciate e impreziosite da sentimenti ed emozioni che nonostante lo scorrere del tempo, non muteranno mai.

Sono infatti la mia scrivania e la mia libreria ad attutire e ospitare il meglio e il peggio di me – dipende dai punti di vista – ed è in qualche modo, il punto cardine che sdogana i miei acquisti e le mie passioni.
Infatti, per colpa dello spazio – che diventa sempre più esiguo e ridotto – un ripiano della mia libreria, nell’attesa di essere giustamente riordinato, ospita i libri acquistati e le mie prossime letture ma allo stesso tempo, devo ammettere che non amo accumulare i libri in modo compulsivo piuttosto mi piace procurarmeli giusto a ridosso della lettura, sia per procedere in modo più ordinato e sia per sentirmi meno in colpa.
Il mio spazio vitale in materia di libri e letture è quasi totalmente occupato dalla letteratura nordamericana ed è in continua evoluzione perché sono molto curiosa e mi piace misurarmi sempre con nuovi autori e autrici provenienti da oltreoceano.
Diciamo però per che la mia triade perfetta è rappresentata da Richard Yates, Raymond Carver e John Fante e non a caso, Chiedi alla polvere è uno dei miei romanzi preferiti, anche perché ad un incipit così, credo che sia praticamente impossibile resistere:

Una sera me ne stavo a sedere sul letto della mia stanza d’albergo, a Bunker Hill, nel cuore di Los Angeles. Era un momento importante della mia vita; dovevo prendere una decisione nei confronti dell’albergo. O pagavo o me ne andavo: così diceva il biglietto che la padrona mi aveva infilato sotto la porta. Era un bel problema, degno della massima attenzione. Lo risolsi spegnendo la luce e andandomene a letto.
Al mattino mi svegliai, decisi che avevo bisogno di un po’ di esercizio fisico e cominciai subito. Feci parecchie flessioni, poi mi lavai i denti. Sentii in bocca il sapore del sangue, vidi che lo spazzolino era colorato di rosa, mi ricordai cosa diceva la pubblicità, e decisi di uscire a prendermi un caffè.

Da poco ho invece terminato di leggere Il corpo che vuoi di Alexandra Kleeman che è la prima pubblicazione targata Black Coffee Edizioni, una casa editrice ex-novo che apprezzo molto sia per via del loro catalogo – dedicato esclusivamente alla narrativa nordamericana contemporanea – e sia per via del loro coraggio e della loro insolito obiettivo editoriale: «dare risalto ad autori esordienti recuperando al contempo opere inedite o ingiustamente dimenticate, con particolare attenzione alle realtà indipendenti più coraggiose, alle voci femminili e alla forma del racconto».
E credo candidamente di non avere mai letto nulla di lontanamente paragonabile a questo romanzo d’esordio di Alexadra Kleeman, basta leggere infatti il suo incipit per farsi un’idea abbastanza eloquente:

È vero che dentro siamo più o meno tutti uguali? Non psicologicamente, intendo. Parlo degli organi vitali, lo stomaco, il cuore, i polmoni, il fegato, della loro posizione e del loro funzionamento, del fatto che un chirurgo mentre effettua un’incisione non pensa al mio corpo in particolare, ma a un corpo generico, riprodotto in sezione su una pagina qualunque di un testo scolastico. Il cuore potrebbe essere tolto dal mio corpo e messo nel tuo, e quella parte di me che avevo incubato fino ad allora continuerebbe a vivere, pompando sangue estraneo in canali estranei. Posto nel contenitore giusto potrebbe non avvertire mai la differenza.

In questi giorni, sto leggendo invece Il cuore degli uomini, il nuovo libro di Nickolas Butler – di cui avevo amato follemente il romanzo d’esordio intitolato Shotgun Lovesong che ho consigliato di leggere praticamente a chiunque mi capitasse sotto tiro – e sto gustandomi ogni pagina, per capire esattamente dove mi condurrà e per questo motivo, preferisco non esprimermi ancora.

Tra le mie prossime letture prevedo Verso Betlemme contenente gli scritti dal 1961 al 1968, di quel mostro sacro di Joan Didion, di cui vorrei recuperare buona parte della vastissima produzione letteraria. Mi preme sottolineare che quando mi approccio ad un nuovo autore, ho la mania di farlo leggendo le opere in ordine cronologico in base alla data di pubblicazione e per questo motivo, subito dopo Joan Didion, mi piacerebbe leggere qualcosa di Marilynne Robinson, di Michael Chabon e di Paul Auster – visto che dicono che questo sarà il suo anno – ma soprattutto leggere finalmente qualcosa di David Foster Wallace, che finora mi ha sempre suscitato una sorta di timore.
Il tutto ovviamente mentre aspetto l’uscita del nuovo album di Fabri Fibra – il mio rapper preferito -, prevista per il 7 aprile.

Sottolineo infatti che il mio rapporto con la lettura subisce molto spesso anche l’influenza della musica che amo ovvero il rap, poiché questi mondi apparentemente diversissimi fra loro sono in realtà molto simili e sinergici fra loro. Il rap – quello vero e quello fatto bene – è infatti pieno di riferimenti culturali e molti scrittori – quelli veri e che scrivono bene – specie negli USA amano molto il rap e lo ammettono liberamente, senza nessun pregiudizio da parte dell’opinione pubblica o peggio della critica.

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