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Comodini

Comodini – Michele Nenna

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Michele Nenna di Casa di Ringhiera e L’indiependente – “ammiratore di gesta altrui” -, apre Comodini di gennaio e del 2017. E festeggio così, con un ospite maschile, il primo anniversario della rubrica.  Soddisfazione per aver avuto tante begli sguardi. E ce ne saranno molti altri.
Comunque, Michele è stato ospite in occasione dei consigli natalizi, interessanti letture valide in qualsiasi periodo dell’anno. Anche in questa volta, devo dire che lasciato molti suggerimenti da considerare. E ci racconta la sua scrivania (chiudiamo un occhio?) e il mistero del suo comodino.

 

La mia scrivania di solito è il luogo dove poso gli ultimi libri acquistati. Restano lì per un breve periodo, finché non li posiziono all’interno della libreria improvvisata della mia camera. Nella maggior parte dei casi sistemo tutto in ordine cronologico – anche per un questione di pigrizia –, giustificando attraverso di esso l’ordine sconclusionato di quello che si presenta ogni volta che fisso lo sguardo verso di loro. La scrivania, invece, sostituisce perfettamente la funzione che spetta al comodino per un motivo che ancora ignoro. Molto probabilmente sarà per via della già citata pigrizia.

Durante le festività natalizie, tra una cosa e l’altra, ho sempre avuto tra le mani Orientarsi con le Stelle (Minimum Fax, traduzione di Riccardo Duranti e Francesco Durante), volume in cui sono raccolte tutte le poesie di Raymond Carver. I suoi racconti sono una presenza fissa nella mia vita; le poesie un po’ meno, almeno fino a quando qualcuno non ha pensato di farmi questo bellissimo regalo. Una copia che raccoglie quello che molti amano definire come “racconti in forma di poesia”. Sono versi che ti legano con estrema forza alla poltrona su cui sei seduto e che ti costringono ad assistere al lento scorrere dell’esistenza umana.

[…] Fammi un favore stamattina. Chiudi le tende e torna a letto.
Lascia perdere il caffè. Faremo finta
di essere in un paese straniero, innamorati.

(da La strada)

Nel frattempo l’hype festivo è scivolato in un vortice che ha svilito il suo stesso entusiasmo. Sulla scrivania sono apparsi biglietti e scontrini di ogni genere. Il display del computer illuminava il mio volto segnato dalla nostalgia – forse! – di un anno ormai concluso. Giusto il tempo di mettere ordine alle solite faccende che avevo già scelto il libro con cui inaugurare questo 2017. Ho estratto da quella colonna tanto precisa, il bordo bianco di quello che era Body Art (Einaudi, traduzione di Marisa Caramella) di Don DeLillo. Tra i tanti vizi di lettore a cui sono sempre stato fedele c’è quello di leggere un DeLillo e un Philip Roth all’anno. Anche due, qualora fosse possibile. Nello scrittore più celebre del Bronx trovo sempre un mondo tanto simile al mio quanto sconosciuto. Sa come prendere in mano le certezze – e le sfumature che ne conseguono – per poi sbriciolarle in tua presenza, con gli occhi che restano immobili e stupefatti, quasi increduli. Mentre leggevo questo libro poco più denso di cento pagine, ho evidenziato un passaggio che ho subito condiviso sul mio profilo Facebook:

Il tempo è la sola narrazione che conta. Estende gli eventi e rende possibile la sofferenza e la fine della sofferenza, ci fa vedere la morte e ce la fa dimenticare.

Un mattone dritto sul collo in pieno giorno.

Da qualche giorno sono immerso nella lettura de Il Padre d’Inverno (Mattioli 1885, traduzione di Nicola Manupelli) di Andre Dubus. Ho un debole dalle dimensioni spropositate per i racconti, e leggere Dubus era una cosa che volevo fare già da parecchio tempo. Riconosco perfettamente quel suo sguardo intriso di realismo sporco. Sarà quest’ultimo che mi ha fatto perdere la testa per scrittori come Carver, Yates e tutta la compagnia di balordi a cui voglio un bene infinito. Ho scelto di avvicinarmi a Dubus con Il Padre d’Inverno perché avevo da poco letto un articolo di Luca Briasco sul blog di Minima et Moralia. Non mi è rimasto altro da fare che sommare gli indizi e le citazioni, fino a seguire quello che era un consiglio di lettura materializzatosi in maniera indiretta.

Quelli che invece restano incolonnati al lato della scrivania sono libri che ho scelto con molta cura e con quella scontata convinzione che nutrivo dai mesi precedenti. Ad attendermi c’è Mary Miller con il suo Last Days Of California (Clichy, traduzione di Sara Reggiani), Éric Faye con Sono il Guardiano del Faro (Racconti, traduzione di Valentina D’Onofrio), Philip K. Dick con In Terra Ostile (Fanucci, traduzione di Daniele Brolli) e quel genio di Nic Pizzolatto con il suo Galveston (Mondadori, traduzione di Giuseppe M. Brescia). Questa è proprio quella che potrei definire una buona compagnia. La scrivania/comodino è un insieme di stranezze e obbrobri, un po’ come lo sono tutte le scrivanie del mondo. Parlando esclusivamente di comodini, invece, sarei abbastanza breve: semplicemente non ne possiedo uno.

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