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Comodini – Quando la Sere legge

Comodini - Quando la Sere legge - interno storie

Serena mi dice che abbiamo poche letture in comune, forse. Anche se ultimamente tra collezioni di storie, Paolo Cognetti e graphic novel ci siamo ritrovate pienamente. Serena anima il blog Quando la Sere legge. Per l’occasione ha allestito il suo ipotetico comodino, ha parlato in chiusura del suo progetto e appuntamento mensili sui racconti.
Inoltre vorrei aggiungere che le passioni nascono con il tempo, qualche anno fa non sarei mai andata in montagna. E perciò penso che questo sia il momento giusto.
Forse ci incontremo su in cima, cara Serena.

 

Da sempre poco portata per la lettura a lume di abat-jour – che, a seconda delle serate e della scorrevolezza del libro, mi concilia prematuramente il sonno o mi tiene sveglia fino a ore inconciliabili con il suono della sveglia – non vanto certamente un vero comodino da assidua lettrice. Libri, riviste e matite preferiscono occupare tavolo, divano e ogni altra superficie della casa, in un costante caos che mi riprometto continuamente di sistemare, ma che al massimo riesco a domare per qualche ora, in occasione di visite di amici e parenti. Visto il graditissimo invito a partecipare alla rubrica di Interno Storie, ho quindi dovuto ricreare quell’ipotetico comodino, che mi piacerebbe tanto avere, ma che so durerebbe appena mezza giornata, nelle mie mani.
L’abat-jour verde acido molto anni ’60 (e qui mi vanto un po’: è originale) l’ho ereditata dal mitico Zio Enea, zio di mia madre in realtà, ma che per me è stato come un nonno, con i suoi racconti sulla Guerra e la sua perenne risata contagiosa. Le riviste solitamente girano per casa, sempre pronte a farmi sentire in colpa per non essere ancora riuscita a sfogliarle… ma anche queste parlano di me, dei miei interessi e dei miei sogni. Innanzi tutto la montagna, che dopo i numerosi tentativi di mia madre e mia sorella di farmela piacere, cinque anni fa ho finalmente deciso di iniziare a esplorare. Il semplice fatto di camminare, la fatica, il silenzio, gli odori e i suoni della natura riescono a riempirmi di soddisfazione appagante al termine di una giornata di trekking e ancora oggi mi chiedo cosa stessi aspettando ad aprirmi anch’io a questa grande passione.

Camminando tutto si dilata, il mondo diventa percepibile, profumato e pieno di sorprese.
(da Messner – La montagna, il vuoto, la fenice di Michele Petrucci, Coconino Press)

«Montagne 360» la trovo ogni mese in buchetta e puntualmente la scarto piena di entusiasmo, ma poi sono rare le volte che riesco a leggerla prima che arrivi il numero successivo. «Meridiani Montagna» è stato invece un acquisto volontario, sicura che avrei poi trovato il tempo di scorrere il reportage di Paolo Cognetti sul viaggio nel Dolpo, ma per ora…
Poi c’è «Andersen», di cui, da qualche mese, ci siamo divise l’abbonamento con un’amica. Illustrazione e letteratura per ragazzi e bambini, altro interesse che vorrei tanto avere il tempo di approfondire con più impegno.
La targhetta con il mio nome è un regalo di mia madre, un oggetto senza molto senso che deve aver comprato in preda a un momento di nostalgia, quando abitavo all’estero, lontana da tutti. Ma forse anch’io mi sono lasciata contagiare da quella stessa nostalgia, quando ho pensato di tenerlo al mio fianco per la notte. E anche ora che sono a soli 30 Km da casa sua, mi piace trovarlo lì, ogni sera, quando vado a letto.
La scatoletta di latta è una new entry, nel tentativo di dare una parvenza di ordine al caos, perfetta per contenere gli oggetti altrimenti sparsi e a rischio caduta. Gli occhiali, una matita, che immancabilmente perdo due o tre volte alla settimana , il tubetto di arnica, toccasana per ogni male, un braccialetto dai teorici poteri curativi grazie ai magneti nascosti sul retro e un’ape, una spilletta che per anni ha decorato un mio vecchio cappotto.
Ma ovviamente non potevano mancare i libri, in questo comodino ideale, anche questi solitamente erranti per casa o in borsa, pronti all’uso. La ferrovia sotterranea di Colson Whitehead (Edizioni Sur) è al momento in lettura ed è una di quelle storie che vorresti non finissero mai, ma che al tempo stesso divori, impaziente di conoscerne il finale. In Italia è uscito sul finire dell’anno appena concluso e ha già fatto parlare molto di sé, se non altro per via dei due premi prestigiosi che l’autore si è aggiudicato negli Stati Uniti. La mia solita diffidenza verso le novità e soprattutto quelle tanto acclamate – anche se poi a volte mi lascio sedurre anch’io da tanto parlare – teneva le mie aspettative davvero basse, ma arrivata ormai a pagina 301 non posso che ricredermi. Da tempo non leggevo qualcosa di così forte, coinvolgente e duro. La rabbia e il disgusto verso la barbarie della schiavitù mi tengono con il fiato sospeso da alcuni giorni, rabbrividendo di fronte all’atrocità delle torture – fisiche e psicologiche – ma anche affascinata dal coraggio e dall’umanità di chi, anche allora, ha messo in pericolo la propria vita per cambiare le cose, non arrendendosi al razzismo senza limiti della maggioranza.

«Certo che ha proprio insegnato a questi negretti a parlare come si deve».
L’insegnante si guardò intorno per controllare che gli alunni non l’avessero sentita. Disse: «Qui veramente li chiamiamo bambini».

Infine, due libri di racconti. Racconti di montagna (Einaudi), che spero di riuscire a leggere presto e da cui mi aspetto grandi cose e Un’assenza di Natalia Ginzburg (Einaudi) già ampiamente spulciato, ma che un po’ alla volta vorrei terminare. I racconti sono entrati nella mia vita nel 2017, si può dire, e grazie a un piccolo progetto personale, La Sere vi legge. Dopo averci pensato su per metà anno, da settembre e con cadenza saltuaria (ma tendenzialmente mensile) organizzo letture pubbliche di racconti in casa mia a Bologna, ogni volta dedicate a un autore diverso o a un tema specifico, accompagnate da un bicchiere di vino. A gennaio si riparte con Natalia Ginzburg, ma ho già tante idee per i prossimi incontri.

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