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Comodini

Comodini – Retablo di parole

Comodini - Retablo di parole - interno storie

Rossella ha gli occhi blu ed una lettrice sopraffina e vorace, anima appassionatamente il suo spazio, Retablo di parole, un tabernacolo di parole come dichiara nella presentazione del suo blog. Abbiamo gusti letterari simili, spesso trovo spunti interessanti dalle sue proposte. Ma oggi ci racconta il suo comodino.

Ho sempre avuto un falso comodino: incastrato in una struttura a ponte, non aveva libero accesso dalle zone laterali ed era, per giunta, in condivisione con mia sorella. Non l’ho mai sentito mio e per questo l’ho utilizzato solo come ripiano di fortuna per il cellulare nelle ore notturne. Comprenderete dunque la mia emozione quando, trasferitami a Milano, ho trovato a mia disposizione ben quattro comodini, impilati uno sopra l’altro, bianchi come li avevo sempre desiderati – adoro i colori chiari nell’arredamento, infondono alle stanze un senso di serenità e armonia che in qualche modo condiziona il mio umore.
Li ho organizzati in base a una logica di utilità in rapporto alla vicinanza col letto e finora posso ritenermi soddisfatta.

Nel comodino più alto tengo la foto di una finestra di un’incantevole libreria di Budapest, sommersa da libri che sembrano accatastati con grazia, incorniciata nel famoso cartone riciclato di Tonki: occupa praticamente tutta la superficie del ripiano e mi piace il contrasto che crea con i colori dello sfondo.
È lì in alto perché i libri, naturalmente, sono il nume tutelare dei miei sogni – non solo quelli notturni.

Subito sotto c’è il comodino più disordinato: un esercito di creme per le mani – le ho delicatissime, e in questa stagione devo idratarle il più possibile – si staglia attorno a un contenitore di rossetti che praticamente non uso mai e bigiotteria varia, che invece indosso con maggior frequenza. Dietro, una decorazione natalizia a forma di stella, prezioso regalo della mia sorellina, che in qualche modo deve sempre essere protagonista dei miei spazi.

Il comodino dell’altezza perfetta quando sono sdraiata ospita naturalmente il libro che sto leggendo (in questo momento è Terminus radioso, l’opera imponente e immaginifica di Antoine Volodine appena portata in Italia da 66thand2nd) e un quadernino, in cui raccolgo tutte le mie quisquilie amorose: biglietti del cinema e dei concerti, scontrini ormai sbiaditi e altri piccoli ricordi di cui non riesco a disfarmi. Con buona pace del mio senso pratico.

Con un cappotto di feltro troppo caldo e troppo lungo, inadatto alla stagione, degli stivali troppo grandi, il cranio rasato dove i capelli hanno già smesso di ricrescere, Kronauer somiglia a molti di noi – voglio dire che a una prima occhiata si capisce subito che si tratta di un morto o di un soldato della guerra civile, in fuga senza aver riportato la minima vittoria, un uomo sfinito e patibolare, giunto con ogni evidenza allo stremo.
Si è messo a sedere sui talloni per tenersi fuori della portata degli sguardi. Le graminacee gli arrivano alle spalle, ma non appena lui si abbassa, quelle si richiudono sulla sua testa. Ha trascorso l’infanzia negli orfanotrofi, in aree urbane lontano dalle praterie e, a rigor di logica, dovrebbe essere incapace di attribuire un nome a tutte le piante che gli stanno intorno. Una donna, però, gli ha trasmesso qualche nozione di botanica, una donna esperta in nomenclatura vegetale e ora, per nostalgia di quell’amante defunta, getta sulle erbe della steppa uno sguardo incuriosito, interessato a stabilire se posseggano o meno spine, foglie ovali, lirate, se spuntino da bulbi o da rizomi. Poi, dopo averle esaminate, le classifica. Accanto a lui, mormorano al vento gran mugghianti, ciuffi di covoìna, zabaculiacee, settentrine, erbegianne comuniste, vulpiane sterili, aldussine.

Di nuovo il vento si avvicinò alle erbe e le accarezzò con noncurante vigore, le incurvò elegantemente e ci si sdraiò sopra russando, poi le percorse numerose volte e, quando ebbe finito di occuparsene, i loro odori – d’artemisie sapide, d’artemisie bianche, d’assenzio – si ravvivarono.
Il cielo era coperto da un sottile smalto di nuvole. Subito dietro, il sole, invisibile, brillava. Era impossibile alzare gli occhi senza rimanere abbagliati.
Ai piedi di Kronauer, la moribonda emise un gemito.
«Elli» disse con un sospiro.
La bocca della donna si dischiuse come se stesse per parlare, ma non aggiunse nulla.

Nell’ultimo ripiano staziona la mia agenda: chi mi conosce sa che adoro organizzare tutto nel dettaglio, fare liste, creare piani a breve e lungo termine. È una filofax dal colore del mare nelle ore che precedono il tramonto e in qualche modo mi tiene vicina alla mia terra, la Sicilia. Accanto, una candela al profumo di cocco, un guilty pleasure che mi tiene compagnia la sera, prima di addormentarmi, e che mi aiuta a chiudere la giornata con dolcezza.

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