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Comodini – Verderame

Comodini - Verderame - interno storie

La foto è inconfondibile: la stella rimanda solo a una creaturina, anche senza leggere il titolo dell’articolo è possibile risalire all’autrice dello scatto e delle parole che seguiranno: è Francesca di Verderame, funambola della fantasia. Apre la sua “scatola delle meraviglie” e tira fuori sussurri, dettagli, fiori e li trasforma in pensieri fluttuanti anche per il suo blog. Oggi, sul finire dell’estate, è ospite della mia mia rubrica, Comodini: grazie. 

 

Il mio comodino rappresenta il mio prontuario spirituale, il vademecum della buona notte, un fortino dove tenere al sicuro ma, al contempo, a portata di mano le parole che fanno bene al cuore.
Tengo vicini libri che mi hanno condotto all’incontro con me stessa, quelli che hanno saputo conquistarmi durante la prima lettura, e che torno a sfogliare tutte le volte che ne avverto il bisogno.

Sul mio podio personale, spiccano le Lezioni americane di Italo Calvino, libro letto per la prima volta durante il corso di letteratura contemporanea all’Università, che ha saputo spalancarmi un mondo, diventando la mia Bibbia spirituale da consultare ogni qualvolta sento la necessità di recuperare la giusta prospettiva. Per una persona empatica come me, che spesso si trova a scrivere e a raccontare quello che vede intorno a sé, non potrebbe essere altrimenti.
La lezione alla quale sono più affezionata, senza dubbio, è quella dedicata al valore della Leggerezza perché, per essere un vincitore di mostri, è necessaria una certa delicatezza d’animo e spiega con chiare parole come sia possibile salvarsi proprio in ciò che è più fragile.

Nei momenti in cui il regno dell’umano mi sembra condannato alla pesantezza (…) devo cambiare il mio approccio, devo guardare il mondo con un’altra ottica” concentrandomi sulla “percezione di ciò che è infinitamente minuto e mobile e leggero.

È questo il motivo per il quale nutro un profondo e sincero culto per la dignità delle piccole cose, concentrandomi su quella che Calvino definisce «“la poesia del nulla, la poesia dell’invisibile, la poesia delle infinite potenzialità imprevedibili» di cui mi faccio attenta scrutatrice e meticolosa collezionista, raccogliendo ogni piccolezza nella mia personale Scatola delle Meraviglie. Spesso, poi, mi capita di racchiudere frammenti di mondo in diapositive filtro malinconia, per dirla con le parole di Calvino «una melanconia che è un velo di particelle minutissime d’umori e sensazioni». Insomma, pur avendo esperienza del peso delle cose, «la leggerezza è un modo di vedere il mondo (…) che si crea nella scrittura con i mezzi linguistici del poeta. (…)» ed è proprio «l’agile salto del poeta che si solleva sulla pesantezza del mondo» a dimostrare che «la sua gravità contiene il segreto della leggerezza».

Accanto a Calvino, c’è Lucernario di José Saramago, un libro scovato per caso tra gli scaffali di una libreria, in forza della mia amata Serendipità, e che ha saputo regalarmi un’infinità di spunti di riflessione. È stata una boccata d’aria fresca, come una finestra spalancata alla scoperta di me stessa. In principio Saramago prende eloquentemente a prestito alcune parole di Raul Brandão: «In tutte le anime, come in tutte le case, al di là della facciata, c’è un interno nascosto.»

Ed è inutile spiegare il motivo che mi ha indotto a leggere senza sosta questo piccolo miracolo letterario, un romanzo di personaggi, un campionario di situazioni, vite fatte di luci ed ombre, dinamiche che spesso vengono nascoste non solo al prossimo ma, soprattutto, a sé stessi. Più di trecento pagine in cui l’invito è quello a porsi in ascolto, per imparare l’arte dell’accoglienza e dell’accettazione e, soprattutto, per prender confidenza con la sublime lettura dell’anatomia delle nostre emozioni.

 – Io sono vecchio. Ho una certa esperienza… è l’esperienza di anni.
– E che cosa le dice?
– Ho la sensazione che la vita sia lì, dietro una tenda, a farsi grasse risate dei nostri sforzi per conoscerla. Io voglio conoscerla.
– C’è tanto da fare al di qua della tenda, amico mio… Anche se vivesse mille anni e avesse le esperienze di tutti gli uomini, non riuscirebbe a conoscere la vita!

Il terzo libro è Scritto di notte di Ettore Sottsass. Si tratta di un’autobiografia come testamento che questo immenso designer contemporaneo ha scritto per noi, «gente incerta, perplessa, modesta che cerca di capire e che sempre è nello stato di uno che non ha capito», proclamandosi «amico della gente che ha paura». Non appena ho letto la quarta di copertina ho avvertito un moto di commozione, mi si son riempiti gli occhi di lacrimosa rugiada, nella speranza di poter davvero trovare un complice, un amico con il quale condividere il forte sentire che mi caratterizza.
Il libro si apre con una breve prefazione scritta da Sottsass stesso, quasi fosse un ammonimento al lettore: «Chi tiene nelle mani questo libro tiene nelle mani (forse) un uomo nudo. (…) Il corpo di un uomo nudo è fragile si sa, e se lo hai nelle mani, ti prego di avere pazienza, ti prego di toccarlo adagio», è senza dubbio un atto di fede. E, senza tradire alcuna aspettativa, Sottsass si mette a nudo, regalando tutto se stesso, l’incredibile esperienza maturata nel corso gli anni e, soprattutto, la sua immensa ed illuminante sensibilità.
Non si può leggere senza sentirne, inevitabilmente, la voce emergere da ogni singola riga:

quello che c’è di ignoto nella vita uno ce l’ha nascosto dentro chissà dove. Per trovarlo, per farlo apparire, bisogna raccogliere tutta l’energia a disposizione e lasciarla andare improvvisamente in una paurosa esplosione. Quello che resta quando il fuoco se n’è andato, quello è l’ignoto che ti resta nelle mani.
L’ignoto è apparso e tu sei sparito, esausto. Insegnamento: tutto è ignoto. Stai lontano dalle certezze. Usa l’incertezza come gli altri usano le certezze.

Un invito a restare fedeli a se stessi, a non risparmiarsi mai, continuando a correre, a corrersi in contro, a lasciarsi accadere, in costante evoluzione, in costante scoperta. Mettendo anche in conto che potrebbe capitare di correre senza sapere verso cosa si corre.

Dulcis in fundo, sul comodino fa capolino anche un meraviglioso albo illustrato che, sin dalla prima lettura, ha dato modo al mio lato bambino di riemergere, si tratta di Stavo pensando di Sandol Stoddard, illustrato da Ivan Chermayeff ed edito da Topipittori.

Muoviti, presto!
Io invece andavo lento

È mattino e si sente una voce di mamma che invita il figlio ad alzarsi e prepararsi per affrontare la giornata. La mamma enuncia, quasi fosse un elenco, le cose da fare, impartisce le azioni da compiere, lo esorta ad attenersi a questo rituale. Ma il figlio non dice nulla…

Ora di alzarsi, subito!
E io non ho detto nulla
perché
stavo pensando

È un albo che brilla di una preziosa luce, quella che illumina dentro e suggerisce di prendersi del tempo per ascoltarsi, ricordandoci quanto sia importante sentirsi in modo autentico, prestare assoluta attenzione al filo dei propri pensieri.

E soprattutto mettiti la maglia
E io stavo pensando
Stavo pensando a tutto
Alle cose soprattutto o sotto tutto
Sopra e sotto
Io e tu
Aquiloni nel cielo blu

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