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Fuori dai libri, Recensioni

Rientri

Rientri - interno storie

Settembre.
Rientro.

È stata un’estate faticosa con una testa più leggera (i capelli sono sempre corti), libera da pensieri negativi.
Al mare sono stata pochissimo rispetto ai miei standard, ma non ne ho sofferto. Non sopporto più la calca di agosto e dei finesettimana, cosa che cercavo fino a dieci anni. Sarà l’età che avanza?
Il mare ha un gusto nuovo, più emozionale, intimo, naturalistico, legato ad un immaginario ancora non vissuto. Forse solo la vista di una distesa azzurra mi appaga più che crogiolarmi ore sotto il sole e refrigerarmi in un’acqua da condividere forzatamente con altri.

Tornado a libri, ho fatto i compiti per le vacanze. Tutti. È stata una maratona ma non con la fretta di bruciare le tappe nel minor tempo possibile, più che altro per la mole che ho affrontato, me ne sono accorta quando ho sfogliati i libri l’uno dopo l’altro. Sono arrivata al traguardo comunque. Non fraintendetemi, ripeto. Non avendo impegni, né occupandomi del blog, ho avuto molto tempo libero per dedicarmi a quanto d’inverno avevo preferito accantonare per recuperare alcuni per me fondamentali.
Prima di addentrarmi nelle mie letture, riepilogo i titoli che ho brevemente trattato su Instagram, un appuntamento settimanale con un classico della letteratura che mi ha soddisfatta tanto da pensare di riproporlo in altre occasioni:
La signorina Else di Arthur Schnitzler
Cristo si è fermato a Eboli di Carlo Levi
Il vecchio e il mare di Ernest Hemingway
Il visconte dimezzato di Italo Calvino
Madame Bovary di Gustave Flaubert

Di Mobili di famiglia, Molto forte, incredibilmente vicino e Isolario arabo medievale li approfondirò separatemene. Ora spazio ai gigantissimi.
Ho letto molti racconti, quattro su sei. E seppur mantenendo una forte propensione per i romanzi, posso dire che sia andata meglio del previsto. Tranne che con un autore, il primo che affronterò.

Con Ernest Hemigway avrei voluto esercitare il lusso (?), il diritto sacrosanto di un lettore di saltare le pagine. Il timore è sempre quello di perdermi tracce importanti, fosse solo un’espressione, come in questi casi: Era un giorno di vento, col sole che entrava e usciva dalle nuvole, tra spruzzi di pioggia (Fuori stagione); Il mare si rompeva sotto la pioggia in una lunga striscia bianca (Gatto sotto la pioggia).
Me lo sono sorbito tutto, dall’inizio alla fine. Sorbito è il termine esatto per descrivere le mie sensazioni. Delusione è l’altro.
In questo libro avevo riposto molte aspettative, finalmente ritorno a leggere di lui, dopo aver amato Addio alle armi. A proposito, in Racconto molto breve ne ho scorto qualche reminiscenza. Mi sbaglio?
I quarantottore racconti di Hemingway non sono tutti belli, anzi quelli che ho apprezzato di più si possono contare sulle dita di una mano, hanno una loro compiutezza, nella concisione hanno un inizio e una fine decisa. Per contraddirmi ho letto con piacere le avventure di Nick Adams, ne avevo avuto un assaggio attraverso l’amatissimo Paolo Cognetti.
Nella brevissima prefazione Hemingway cita alcune storie preferite, quando sono arrivata a poco più della metà del libro mi sono chiesta se almeno uno di quei racconti avesse incontrato i miei gusti. Colline come elefanti bianchi è quello che più ha lasciato il segno, non succede nulla ma la tensione sbuca fuori dalle righe. Due ragazzi si trovano in una stazione, trascorso l’attesa della partenza bevendo un Anis del Toro. Siamo nell’Ebro, nella penisola iberica, come è descritto nell’incipit. Alludono a qualcosa, la ragazza chiede conferme, l’uomo pare avere un atteggiamento sommesso ma di chi la sa lunga. In lontananza il profilo morbido delle colline, come elefanti bianchi appunto.
Il signor Elliot e signora, Che ti dice la Patria? Breve la vita felice di Francis Macomber, La capitale del mondo, Soltanto una domanda, Un canarino in dono: eccoli gli altri. Troppo pochi su quarantanove.
Ci sono Parigi, l’Africa, la guerra, la corrida, gli indiani, i boschi. Non è la crudezza di buona parte delle cronache, su tutto la corrida, è il ripiegare spesso sul medesimo contesto.

Per Carver il discorso è un po’ diverso. Anche in questo caso alcuni hanno poca consistenza o ne sono del tutto privi; altri sono brillanti – se il termine brillante si addice alla scrittura dell’autore americano.
Principianti, come più volte è stato ribadito, ha subito numerosi tagli, drastici oserei dire. Tanto che il libro è stato pubblicato nel 1981 con il titolo che più conosciamo Di cosa parliamo di quando parliamo d’amore, un’edizione che intendeva, secondo le vedute di Gordon Lish, evidenziare il minimalismo di Carver, la sua qualità più rilevante.
In Perché non ballate? si allestisce un angolo di casa in giardino, come in uno spettacolo teatrale sul palcoscenico si recita a soggetto: il microcosmo – la coppia – si è disfatta e ora tocca sbarazzarsi dell’inutile in mancanza di un’unità. Attraverso la vendita degli oggetti si decreta un passaggio di testimone, a farlo sopravvivere in nuove mura domestiche. Del medesimo tono è Mirino: anche in questo caso in giardino alberga ciò che soffoca i vuoti spazi domestici. Quel mettere sulla piazza diventa liberatorio, pur essendo consapevoli del dolore.
Quali altri mi sono piaciuti? Una cosa piccola ma buona, il terribile Di’ alle donne che siamo usciti, Distanza e Principianti, che dà il titolo al nucleo originale della raccolta. C’è sempre qualcosa che si perde: un figlio, la ragione. E soprattutto la solidità affettiva che inevitabilmente si riversa sulla quotidianità. Carver mette in luce tentativi di sopravvivenza dopo la rottura che si è verificata.
Distanza mi ricorda Hemingway, un suo racconto. Ma non ricordo quale, anzi non sono riuscita a scovarlo. A questo punto credo che questa simmetria sia frutto della mia immaginazione.

Infine, Doris. Recupero questa autrice dopo un lungo periodo, ho letto in precedenza Le nonne. Sempre una una collezione di storie – precisamente tre – che mi aveva fatto storcere il naso. Escludendo Le nonne, appunto, gli altri non mi erano piaciuti.
Racconti africani ci porta in Rhodesia (attuale Zimbabwe), terra adottiva dell’autrice. Tutta l’attenzione è rivolta alla vita dei coloni inglesi, delle donne siano africane, anzi assumono un tono importante, delle tribù, della natura selvatica protagonista assoluta in Alba sul veld e Storia di due cani. Cape Town, in quanto simbolo di centro urbano esteso, viene menzionata poche volte, anche nell’unico racconto che ho apprezzato di meno, Inverno in luglio, facendomi scivolare in una soporifera lentezza.
Doris Lessing ci introduce pagina dopo pagina in quel mondo impenetrabile, seducente in cui le secolari – e anche violente – leggi dell’Africa più autentica si scontrano con il volto arrogante dei dominatori occidentali. Il vecchio capo Mshlanga rappresenta appieno, attraverso le percezioni di una bambina, come il timore e il disprezzo nascono dai pregiudizi.

Tuttavia pensavo: sono cresciuta qui; questa non è solo la loro terra, è anche la mia; possediamo quindi un comune retaggio; e c’è abbondantemente posto per tutti, non c’è alcun bisogno di contenderci il passo sulle strade o sui marciapiedi.

Il bushla boscaglia con fitto sottobosco – è pieno di trappole, il confine da non superare, quello che separa il noto dall’ignoto, cioè che è possibile manipolare da ciò che rimane un mistero: La magia non è in vendita è un esempio lampante di come la spiritualità, in questo caso per fini curativi, non è merce di scambio. Ed ecco che l’ostilità è un’arma di difesa. È la linea di separazione tra i nativi e i britannici, di una relazione al quanto fragile se posta nelle condizione di sottomissione.
Nel racconto che chiude il libro, Storia di due anni, è odoroso di sole della nostra infanzia, quella della protagonista e di suo fratello, sotto la luce diurna si spoglia dei misteri.

Ernest Hemingway, I quarantanove racconti, Mondadori, 2001
Raymond Carver, Principianti, Einaudi, 2009
Doris Lessing, Racconti africani, Feltrinelli, 2008

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