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Catalogo mio, non ti conosco

Catalogo mio, non ti conosco - interno storie

In un articolo sulla «Stampa» del 30 agosto, Giuseppe Culicchia intervista un giovane libraio di Velletri, Guido Ciarla, ideatore del Festival Velletri Libris; domande sul suo operato, quella libertà – chiamiamola così –, nonostante gestisca una libreria del gruppo Mondadori, di proporre ai suoi lettori il vecchio catalogo, una curiosità nata dalla precedente dichiarazione: i giovani acquistano i classici, non solo le novità. Conosce bene i suoi lettori, come si muovono nella libreria, cosa chiedono.

Un libraio di catena che perora la causa del catalogo? Quello stesso catalogo che i maggiori editori rispetto a un tempo non di rado trascurano?
Sì. Perché, vede, non possiamo pensare di vendere sempre e solo novità. Sempre le stesse, poi. Libri
che paiono fatti in serie, uno uguale all’altro. È anche per questo che il numero dei lettori negli ultimi anni è diminuito. Il lettore è comprensibilmente stanco di un’offerta apparentemente molto ricca ma in realtà assai omogenea. E il catalogo è un valore, rispetto alle novità: oggi un libro appena uscito in libreria dura sì e no tre o quattro settimane, poi se non rende viene espulso dal mercato. Lo vede lo scaffale Einaudi? Mica posso tenere solo le novità di un editore così, devo avere anche DeLillo, Roth, McEwan. Ma lo stesso vale per Eliot.

Mi sono spessa chiesta sul perché un editore si disinteressi del vecchio catalogo, aspetto al quanto rilevante soprattutto sui social network, per dare spazio esclusivo all’ultima uscita, a bombardare il lettore attraverso la rassegna stampa – sempre con un occhio di riguardo a quella ufficiale –, le opinioni di altri lettori, foto, citazioni. Quel che è stato cade nell’oblio. Oggi questo titolo, domani un altro.
Bisogna spezzare una lancia a favore di qualche piccola realtà che non segue queste dinamiche, che magari per modesta notorietà, non disdegna ciò che ha già pubblicato e persevera con costanza questa politica.

Il catalogo è la storia di una casa editrice, materia intellettuale investita per raggiungere certi traguardi nel panorama editoriale, fino a diventare un punto di riferimento per i lettori.
Comprendo benissimo che è da considerarsi un’azienda a tutti gli effetti, con tutti di conti da far quadrare, ma al tempo stesso con un patrimonio letterario da gestire; si comporta come un marchio di abbigliamento: un libro come un vestito. La collezione proposta a settembre alla fine del mese successivo fa già posto a una nuova, magari più accattivante. Quel che non si vende andrà a finire negli outlet o nei mercati cittadini.
Qualcuno mi spiegava, tempo fa, come il guadagno derivi soprattutto dalle copie presenti nelle librerie fisiche, sì mi riferisco proprie a queste, rispetto ai vecchi volumi che per lo più si trovano nei magazzini delle case editrici. La nota dolente sono i costi di stampa e trasporto: spostare una copia o stamparne 10 di un titolo non molto noto spesso fa da deterrente nel riproporlo.
Insomma la questione non è acquistare un Hemingway che ha il suo posto fisso sugli scaffali della libreria, ma un libro che classico non è diventato, ma è un comunque un titolo che appartiene alla casa editrice.
Nascono una serie di contraddizioni: il costante invito a leggere i classici, la celebrazioni della casa, la sua storia. Intenzioni che svaniscono come una bolla di sapone.
Pensare il libro come merce non è insensato, è un bene da commerciare come le scarpe o un film. Ben vengano le strategie. Ma è necessario giocare una partita più “onesta” per non perdere sul campo molti giocatori, quelli che possono definirsi lettori forti, per acciuffare qua e là l’entusiasmo degli sporadici.

Cito un caso emblematico e spero non fuorviante: Horcynus Orca di Stefano D’Arrigo. Il libro viene pubblicato nel 1975 da Mondadori, dopo aver atteso per la revisione circa un quindicennio. La storia dell’edizione è molto travagliata che ha inizio negli anni ‘50, con la vittoria del premio letterario Cino del Duce, giudicato da Vittorini e i cui primi capitoli sono pubblicati sul «Menabò», il primo nucleo del racconto, La testa del delfino.
Un’opera monumentale, più di 1000 pagine, una sorta di Odissea siciliana, un esperimento linguistico, elemento fondamentale che ha inciso notevolmente sui tempi effettivi di pubblicazione.
Arnoldo, non solo rappresentava Mondadori, quale colosso che sarebbe diventato, ma era un editore illuminato, una figura che non esiste più. Pochi anni dopo, gli obiettivi e le strutture interne cambieranno, con l’avvento dei manager e l’apertura a generi meno colti, o meglio, che con letteratura e saggistica hanno scarsa attinenza.
Mancano la pazienza, il tempo dell’attesa, la fiducia negli autori. Horcynus Orca si potrebbe dire che era quasi un esordio.

L’assillo sulle novità non porta a risultati miracolosi considerando le allarmanti statistiche di lettura. Un’uscita fortunatissima può salvare baracca e baracchini?
Entra in gioco un’altra diatriba qualità contro quantità, tanto da incidere sulla fuga dei lettori più affezionati, quelli che sono legati proprio a quel vecchio catalogo. Un autore come Cesare Pavese, ma anche altri minori, non può vivere se non attraverso la forza dei lettori che gli riconosco un valore, come tale è da considerarsi un patrimonio per un editore e non solo un ricordo in occasione di qualche ricorrenza. A volte nemmeno accade.

Senza scomodare Calvino, il mio vuole essere un tentativo meno intellettuale, ma più pratico sul perché sia giusto tenere in vita quell’archivio di libri che si chiama catalogo.

 

Approfondimenti:

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