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Di scrittori preferiti

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Sono questi i giorni che precedono l’assegnazione del Premio Nobel e ciascuno, ogni anno, punta al proprio beniamino. Insomma, i nomi che circolano sempre sono quelli di Philip Roth e Haruki Murakami, i preferiti di tantissimi. I lettori si arrovellano, ripongono le speranze verso l’Accademia di Svezia, che spiazza con un verdetto sempre sorprendente.
Poi ci sono gli anniversari che celebrano gli scrittori, omaggi doverosi come riconoscimento non solo letterario ma anche personale. I lettori ne tessono lodi, li considerano importanti, fino a esprimere un affetto totale, a designarli come preferiti.
Tante volte mi sono chiesta quale fosse il mio. Ho pensato ai libri che ho letto, selezionato quelli che più hanno lasciato una sensazione viva (o quasi), conteggiato quante volte è ricorso un autore invece che un altro.
Per poter decretare uno scrittore preferito è necessario aver letto buona parte della sua produzione letteraria, almeno secondo i miei criteri, così da capire se quell’innamoramento non sia labile, circoscritto a un solo titolo.
Per quanto mi riguarda, solo di un’autrice ho completato la bibliografia corrente. Di Elena Ferrante ho letto tutto, compreso una fiaba per bambini ma che forse per bambini non è.
Quando ho iniziato L’amica geniale, il clamore mediatico relativo all’identità era un fuoco di paglia, così timido da non intaccare la buona opinione che circolava sul quel romanzo. Dopo quel volume ho completato la tetralogia (i primi due libri sono i migliori, gli altri allungano troppo il brodo): solo per la storia?, mi sono domandata. No, non era solo quell’aspetto ad appassionarmi, c’era ben altro: la densità della scrittura. Una caratteristica preponderante è il peso di ciascun termine, non è un accessorio di abbellimento, ma con un valore funzionale – per davvero – allo sviluppo narrativo. Ecco, cosa mi ha convinta a proseguire le opere successive.
Dei suoi lavori il migliore rimarrà sempre L’amore molesto, per il ritmo incalzante, l’enfasi di alcune tematiche, già indagate, a lei care (il rapporto madre/figlia, Napoli). Pubblicato nel 1992, quando non si sarebbe mai pensato alla Ferrante di oggi.
Né allora né adesso direi che lei sia la mia preferita, i fumi di allora mi avrebbero comunque indotta a sbilanciarmi di più, dovuti alle prime buone impressioni. Apprezzo la corposità nella pagina, così come ad alcuni titoli sono particolarmente legata, ma senza remore, è appena fuori dall’Olimpo dei miei prediletti.
Un altro esempio è Carlo Cassola. La visita, di recente lettura, non è la stessa cosa del Taglio del bosco – una vera scoperta –, ne ero già consapevole che non avrei ritrovato quella dimensione e probabilmente non lo ritroverei in altri lavori dello stesso. Potrei mai azzardare nel considerarlo il mio scrittore preferito?
Proseguo con l’elenco.
Ho letto tante cose di Virginia Woolf e anche in questo caso, escluso qualche scritto, non riesco a elargire entusiasmi. Gita al faro ha segnato la fine del liceo, quando tentavo di infarcire la mia testa di cose alte, a volte scoraggiandomi per non aver afferrato il senso. Come Cent’anni di solitudine.
Nella lista potrei infilarci Italo Calvino, Claudio Magris, Elsa Morante senza però mai arrivare a una decisione finale e soprattutto definitiva. Sono consapevole che certe mie propensioni letterarie gravitano intorno a certi pianeti giganti, dai quali non riuscirei a staccarmi.
La preferenza a un autore piuttosto che un altro appartiene alle diverse stagioni della vita, i gusti si affinano col tempo o cambiano completamente. Non sempre i libri sono capolavori di tecnica narrativa ma c’è un qualcosa che li rende particolarmente sinceri, percependo l’opera, creandola nuovamente, ripetendo mentalmente le operazione che l’hanno prodotta, scoprendola in movimento, scriveva Sartre, fino a scovare tracce della propria esistenza. L’autore parlava del processo creativo ma secondo me ascrivibile al lettore, andando ben al di là dell’atto meccanico della lettura. Questa ri-percezione o sensibilità, si può scoprire nei testi di un singolo o di molti.
Ecco perché mi è così difficile dire che non ho scrittori preferiti, ma punti di riferimento che riguardano l’architettura narrativa, il sottile gioco degli incastri – taglio poetico, la presenza dei personaggi, costruzione dei dialoghi.
E a tal proposito, non mi affeziono neanche ai personaggi, provo empatia in quel momento, li dimentico appena termino la lettura. Ciò che rimane è la sensazione di pienezza che nasce da una scrittura ben strutturata, paziente e talentuosa. Trovo conforto in pochi scrittori: si chiama sicurezza. È come camminare a tentoni nel buio, qualcuno verrà in soccorso con una bellissima luce.
Ma credo anche ai colpi di fulmine.

 

Approfondimenti:

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