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La lettura

La lettura - interno storie

Tra le tante che si possono estrapolare da Walden di Henry David Thoreau, l’excursus sulla lettura merita una riflessione. L’ho letto un paio di volte, ne ho sottolineato i passaggi per me più significativi in relazione alla mia esperienza di lettrice.

Thoreau scriveva nel 1845, al principio della sua avventura nei boschi. Nel suo rifugio aveva pochissimi libri e aveva appoggiato la teoria del trascendentalismo di Emerson, ma non è questo che ci importa. Alla Lettura dedica un intero capitolo. E forse sorprende sentirne trattare.
Lo scrittore va al punto senza tergiversare, deplora la scarsa predisposizione delle generazioni a lui contemporanee ad affrontare i classici, innanzitutto greci e latini. «E cosa sono i classici se non i più nobili pensieri dell’uomo impressi sui libri?».

Benché mi trovassi lontano da ogni biblioteca circolante, sentivo ancor di più l’influenza di quei libri che vagano per il mondo, le cui frasi furono scritte anticamente sulla corteccia e che ora vengono copiate di tanto in tanto su carta elegante.

Classici da leggere in lingua originale, dice. Le traduzioni hanno svilito il significato profondo, ricorrendo a riscritture approssimative allontanandosi dalle intenzioni dell’autore.
Senza scomodare i greci e i romani, un simile ragionamento può essere attualizzato sui titoli stranieri che le case editrici propongono nel loro catalogo (sorvolando come, in alcuni casi, sulle denunce dei più esperti in merito a lacune di traduzione).
Alla base di alcune nostre scelte letterarie ci sono la pigrizia e anche gli scarsi mezzi. Per quanto mi riguarda, non ho un buon rapporto con l’inglese. Ho perso l’allenamento con il tempo, lo smalto vitale; mi areno alla riga 10 affrontando gli articoli delle testate straniere. Dovrei riprendere la mia educazione linguistica dal principio ed è la pigrizia il mio ostacolo più grande, pur essendo consapevole che ci guadagnerei nel leggere in lingua dello scrittore. È un difetto che non riguarda tutti, per fortuna.
Cosa si perde? Sottolinea Thoreau come difficilmente si percepisca quel microcosmo culturale che ha portato all’opera, a comprendere il valore di un termine rispetto a un altro. Forse bisognerebbe affiancare uno studio attento di quanto si è letto, per contestualizzare e entrare in relazione con l’autore. Credo che, alla luce di questa considerazione, si perda il concetto di lettura come diletto per sfociare nell’incombenza che non rigenera la mente, ma la prostra a un ulteriore sforzo. Questa metodologia sarà limitata a pochi volumi, non è possibile applicarla ad ogni titolo che si vorrà leggere.

Gli scrittori moderni hanno dimenticato i fulgidi esempi del passato, per arenarsi su una scrittura semplice, ben lontani dalle complessità architettoniche e argomentative degli antichi. Questo tipo di letteratura si riversa negativamente sui lettori.

Misurarsi con i classici regala giovamento a chi scrive e chi legge ma pensare di siano superati è un errore. Che la scrittura si sia evoluta, e non sempre ha dato buoni frutti, è un dato di fatto. Sono la prima a faticare su un libro di metà Ottocento quando per mesi mi sono passate tra le mani solo le ultime novità. E lamento che al giorno d’oggi, salvo alcune rarità, l’incapacità di sezionare vicende e sentimenti. Gli autori contemporanei scrivono in una lingua più asciutta, costruendo trame non troppo arzigogolate: sicuramente influiscono i cambiamenti della società e i mezzi con i quali si interagisce, tema quest’ultimo ricorrente nelle discusso rapporto tra il libro e internet prima, social network adesso.
Insomma, questo “minimalismo” non devo obbligare a un viaggio letterario solo nei secoli passati, ma attingere a quanto di meglio propone il panorama editoriale e al tempo stesso consolare con scritture piene. Anche questo è un modo di riscoperta dei classici o autori degni di nota. Qui si entra in gioco la famosa diatriba tra quantità e qualità.

[I lettori] Hanno l’instancabile avidità di un bambino di cinque anni che legge Cenerentola nell’edizione di dieci centesimi dalla copertina dorata, senza alcun progresso nella pronuncia, nell’accento, nell’enfasi o nel sapere dare o trarre una morale. Il risultato è l’offuscamento della vista, un torpore nella circolazione generale e la disgregazione di tutte le facoltà intellettuali. Questa specie di pan pepato si cuoce giornalmente e con più diligenza di quello di frumento puro o di segale e granoturco in quasi tutti i forni, e trova uno smercio più sicuro.

Leggere per distrazione o leggere per apprendere? In cui apprendimento ha un senso ampio, di studio, informazione e, non per ultimo, diletto.
Soprattutto nel dopoguerra la letteratura popolare ha alfabetizzato buona parte degli italiani. Nascono proprio in quegli anni, sotto il PCI, la Cooperativa del libro popolare, l’Universale economica della Feltrinelli e la BUR per Rizzoli; collane che non consigliano classici moderni, la cui qualità è indiscutibile, ma di titoli che lo sarebbero diventati.
Thoreau non polemizza sull’edizione economica in quanto tale, ma sul contenuto di inadeguata rilevanza e sul approccio superficiale che si ha. Il punto cruciale è saper accedere a storie sincere, efficaci.
E infatti più avanti aggiunge: «Non tutti i libri sono sciocchi come i loro lettori. Il problema è ascoltare, percepire quelle parole». È questione di attitudine, di assimilazione e capacità analitica. Doti che non tutti posseggono purtroppo.
«Ecco le stelle; chi è in grado le legga». Da questa folgorante metafora scaturisce l’importanza del saper leggere, di scalfire la superficie, cogliere il segno affinché la letteratura possa essere crescita spirituale, in grado di influenzare e plasmare più del potere politico, per il rinnovamento della società.
Soffro di bulimia da lettura, finito un libro ne ho già in mano un altro. Medito poco, tanto da non riuscire a scovare i tanti legami che possono esserci tra un autore e un altro, una citazione e un riadattamento cinematografico o un’ispirazione musicale. Finisco vittima della stessa ragnatela che costruisco intorno. Mi riprometto di non cadere nel tranello, ma è una speranza vana; assimilo pochissimo perdendo tutto il resto. Vorrei tornare su certi libri, per me fondamentali, ma passo oltre. E quando ormai non ho più stimoli, sento la nausea salire per non odiare i libri, soprattutto nel periodo estivo, rallento o li evito. È una pulizia, drastica e doverosa.
L’interruzione  crea l’attesa, il gusto della ricompensa.

Avevo tenuto l’Iliade di Omero sulla tavola per tutta l’estate, pur sfogliandolo di tanto in tanto. Dovevo prima si tutto dedicarmi al lavoro materiale, finire la casa e nello stesso tempo coltivare le fave, quindi studiare era impossibile; però mi confortavo col pensiero che avrei letto in futuro. Negli intervallo del lavoro lessi molto superficialmente uno o due futili libri di viaggi, finché vergognandomi di una simile occupazione mi domandai dove dunque io vivessi.

Per non perdere l’orientamento è necessario abbondare le pagine scritte: «La prima estate non lessi libri, ma zappai i fagioli. Anzi, feci qualcosa di meglio».
E prosegue ancora brevemente nel capitolo successivo, I suoni:

La mia tavola a tre gambe con sopra i libri, la penna e l’inchiostro erano tra i pini e i noci, sembrava fossero contenti di essere fuori e ci rientrassero controvoglia. Più volte ho avuto l’idea di alzargli sopra una tenda e di vivere all’aperto. Del resto valeva la pena vedere il sole splendere su tutti gli oggetti e il vento accarezzarli.

Rifuggo da quanti sono ossessionati, sinceramente o meno, dei libri, dai bibliofili incalliti, quelli che sono al mare e sono in preda a crisi isteriche se non scorgono una libreria a cento metri (ma siamo al mare, appunto!). Francamente penso che perdono il contatto con la realtà, sono esasperanti, inverosimili. Persino io mi reputo noiosa quanto mi cimento in esclusivi scatti librari. La passione, gli impegni hanno un tempo circoscritto. E vale la pena alzare gli occhi dalla pagine e sentire altri voci, non meno importanti dell’inchiostro, la vita sta al di là di un libro e non può essere sostituita.

 

Walden ovvero vita nei boschi di Henry David Thoreau, Einaudi, 2015

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