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Playlist di giugno, nordic mood

Playlist di giugno, nordic mood - interno storie

Giugno è stato un mese duro, per i risvolti sociali sulla questione migranti, le polemiche sollevate, sull’esagerazioni volgari. In due occasioni, tra cui una in cui sono stata tirata in ballo direttamente, si è detto che si occupa di libri e ha un blog dedicato non può permettersi di esprimere un punto di vista. Peccato che la maggior parte della letteratura che leggiamo tratta di politica e società civile.
Poi ho sentito il silenzio di tanti miei colleghi blogger; ho capito che su Twitter ti è concesso tutto, su Facebook e Instagram no; ho capito ancora che siamo tutti intolleranti a cominciare dalle parole.
Questo è quanto.

La primavera e l’estate si sono presi beffa delle nostre aspettative. L’unica cosa a confortarmi è il profumo di tiglio e gelsomino che si consumano nelle notti.

Le mie letture parlano di Nord, a parte Le cose di Georges Perec, sono stati in preparazione del viaggio in Norvegia. Escludendo Oslo e Bergen, io e Giorgio Manganelli proprio non ci siamo incontrati, lui ha deviato poi verso il Nordland, Tromso in particolare e io verso le Lofoten (vi racconterò tutto più avanti).
Ho intenzione di leggere tutto di Knut Hamsun. Mi piace da matti.

 

I libri

Pan di Knut Hamsun, Adelphi, 2001

Nel Nordland norvegese, l’estate splende anche di notte e asciuga l’umido muschio, si insinua nei boschi balsamici, nell’aria dolce e leggera, nelle ali vibranti degli insetti, nei garofani selvatici.
«Sono troppo per me mi sento colmare di uno strano senso di gratitudine, tutto mi è vicino, si fonde con me, io amo tutto»: chi racconta è il tenente Glahn durante il lungo soggiorno estivo, suoi spasmi d’amore, l’uomo che è. La seconda parte del romanzo dà una versione per nulla edulcorata della sua figura, un brivido chiude la lettura.
Knut Hamsun, premio Nobel nel 1920 e scrittore alquanto controverso per il suo appoggio ai nazisti, tratteggia splendidamente la scintilla tra Glahn e l’acerba quanto irrequieta Edvarda, dallo sguardo nerissimo, la quale è volitiva e ancor di più sfuggente, come Siringa con Pan, che per uno scherzo del destino è inciso sulla fiaschetta della polvere del tenente. Ma al tempo stesso il giovane è un novello Pan che sopravvive di caccia, abita una capanna, s’inebria di selvatichezza: «vivevo nel bosco, ero figlio del bosco».
Il romanzo gioca con i ritmi stagionali e sullo scontro di due visione diverse: la borghese Edvarda nei suoi salotti circondata da sguardi affabili, un limite per questo amore destinato a essere sincero solo nel bosco, a costringere entrambi a recitare una parte, seppur con forte perplessità.
La Natura – a mio avviso la vera protagonista – assiste al turbine di nascita e distruzione, colma le assenze, canta l’anima di Glahn, sancisce l’inaccessibilità di chi non gli appartiene. È una cesura onirica.

Amo tre cose, dico allora. Amo il sogno d’amore di un tempo, amo te e quest’angolo di terra.
E cosa ami di più.
Il sogno.

 

L’isola pianeta e altri settentrioni di Giorgio Manganelli, Adelphi, 2006

Quando si viaggia è imprescindibile, qualora si abbiano volontà e curiosità, di affiancare la lettura delle pratiche guide a reportage, diari che trattano del luogo di visita. Per quanto una guida sia puntuale non vi darà mai la rosa di sensazioni che uno scritto personale lascia.

L’isola pianeta è l’Islanda; Svezia, Finlandia, Danimarca, Fær øer, Scozia, Inghilterra, Germania, Norvegia gli altri settentrioni. Terre estreme, mondi freddi e liquidi, stati mentali.
Quando Manganelli si reca al Nord – a partire dal 1978 – ha una salda conoscenza del patrimonio letterario e culturale norreno, spesso citato nel racconto, che si muove per immagini vivide. Il cielo, la lava, la natura diventano tempi narrativi, non meri strumenti descrittivi per ingannare il lettore. Qui è vissuto con intensità e con gli occhi vergini di chi quel mondo l’ha pensato tanto e ne è folgorato alle prime visioni.
Le pagine che Manganelli dedica alle fantasticate Fær øer, «ombelico rupestre», e all’Islanda, pensiero preumano e «forza ciclopica» (ancora non incontrato nessuno che dica il contrario) sono un’estasi per i sensi, la sorpresa dei contrasti cromatici e delle asprezze, dell’elogio della solitudine, sentimento di tutta la Scandinavia.

In Islanda, il pianeta si confessa come tale, non nega di essere nell’universo; il luogo si svela nelle sue forme estreme, nei suoi giorni, nelle notti interminabili, nel furore, fermo e catastrofico, delle sue forme. […]
La natura islandese non è odiante, ma ha un suo proprio, erratico discorso da svolgere, né so se si tratti di un unico, colossale monologo di cose vive e più che vive, o di una trama di colloqui […]

Mi fermo qui, non voglio togliervi il piacere di questo viaggio bellissimo.

 

Fair play di Tove Jansson, Iperborea, 2017

Ho illustrato un racconto, Stelle, quindi mi soffermerò brevemente.
Seppur certe storie non brillino, in alcune invece emerge l’incanto di Tove Jansson. Fair play è pieno di gente, di mare, di capricci, di interni ma anche di tanta diversità sempre guardata con rispetto. Jonna e Mari praticano l’arte – sono rispettivamente regista e illustratrice – vivono la quotidianità tra il lavoro e le passioni, curiosità e bizzarrie. Sono acquerelli umoristici i resoconti dall’arcipelago finlandese (protagonista anche del Libro dell’estate).
Riappendere, Il concetto del cacciatore, Władysław, Fuochi d’artificio, Cimiteri, Viktoria, il già citato Stelle, La lettera sono i miei preferiti.

 

Le cose di Georges Perec, Einaudi, 2011

Non so se definirlo romanzo – qui ci sarebbe da discutere per ore come per la storia stessa – in quanto l’occhio di Georges Perec appare come la macchina da presa di un regista di docu-fiction. Tant’è che l’incipit apre così:

Per prima cosa si poserebbe sulla moquette grigia di un lungo corridoio, alto e stretto. Gli armadi sarebbero di legno chiaro, dalle luccicanti guarnizioni di ottone. Tre stampe, raffiguranti l’una Thunderbird vincitore a Epsom, l’altra il battello a pale, il Ville-de-Montereau, la terza una locomotiva di Stephenson, guiderebbero verso un tendaggio di pelle, sorretto da grossi anelli di legno nero venato, che un semplice gesto basterebbe far scorrere. Alla moquette, allora, si sostituirebbe un pavimento di legno quasi giallo, ricoperto in parte da tre tappeti dai colori smorzati.

È un racconto che procede per accumulazione, sia come espediente narrativo, sia come intreccio. Perec fa degli elenchi i desideri di Jérôme e Sylvie, giovani parigini che vivono a cavallo tra gli anni ’50 e« ’60, alle prese con il primo impiego e il sogno di diventare improvvisamente ricchi, senza fatica, per poter riempiere una vita di cose, appunto. Tuttavia si scontrano con il provvisorio e la sopravvivenza, «incantati e quasi sommersi dalla vastità dei loro bisogni», vagheggiando oltre le loro possibilità e continuando a ingannarsi persino con la politica. «Era una guerra di logoramento dalla quale non sarebbero usciti vincitori.»

Se non avessi letto la puntualissima prefazione di Andrea Canobbio che analizza passaggi, atmosfere, ispirazioni – su tutti L’educazione sentimentale di Flaubert – dibattiti e biografia dell’autore francese, sarei caduta nel tranello di considerarlo un’elementare invettiva contro il consumismo. Fino alla fine e soprattutto alla fine rimane l’ambiguità di una storia senza risposte. E di una società che si plasma sulle cose.

 

Il film
Io sono Li di Andrea Segre (2011)

Oramai sono abbonata a Rai5, il martedì spesso vengono trasmessi bei film a sfondo sociale.
Io sono Li narra il lato oscuro del lavoro cinese con i suoi ritmi serrati e pochissimi diritti, ma soprattutto l’incontro della cinese Li, una madre, che lavora con il peso di estinguere un debito e nell’attesa della “notizia, e Bepi, un anziano jugoslavo. Stranieri in terra straniera, la laguna veneta. La loro amicizia è contrasta persino da chi li circonda, esprimendo così la chiusura di due culture diverse, con la prevaricazione delle malelingue. Film delicatissimo, poetico come le lettere di Li al figlio e al padre.

La curiosità
Nel Giardino delle culture di Milano è stata inaugurata il 10 giugno la prima Free Library dedicata ai più piccoli, Qualibrì, pensata da Cinzia d’Alessandro e Cristina Zeppini. Progettata gratuitamente da Stefano Cardini, la casetta è unica e differente rispetto alla solite librerie: è alta 1,80 m e larga 3,20 m.
I libri possono essere letti sul posto o portati a casa.

La canzone

Góða tungl dei Samaris (2011)
Non sono stata in Islanda, ma i Samaris, band islandese, mi hanno accompagnata verso la Norvegia.
Inconfondibile voce nordica.

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