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Playlist di settembre, senza inventario

Playlist di settembre, senza inventario - interno storie

Non considero settembre come il mese dei bilanci o dei nuovi inizi, mi spaventano di più giugno, nonostante l’estate alle porte ti costringe a fare un primo giro di boa, gennaio perché l’1 è divisibile solo per sé stesso. A settembre si riprendono le attività lasciate in sospeso, per rendere allegro il rientro dal mare compriamo gli evidenziatori colorati: sarà un modo per reagire alle temperature in calo, alla scarsità di luce.
Compilare un inventario non fa per me, è un rifiuto per non dovermi misurare con ciò che mi è sfuggito di mano: a che pro poi, per tormentarsi ancora di più? E se proprio si deve buttare giù un elenco è bene farlo con cose più concrete e realizzabili: gli anolini nel brodo fumante, i faggi che si tingono d’oro, i tramonti più nitidi, gli abbracci. Pensate solo a questo.

Le letture di settembre sono state inconsapevolmente dettate da voci di donne. Me ne sono resa conto mentre tentavo di trovare un filo conduttore prima di scrivere queste righe. Le ascoltiamo insieme.

 

I libri

La copertina di Marcos y Marcos è quanto mai eloquente, studiatissima. Parto dall’ultimo che ho letto, anche per la carica attualissima che reca. Donne che parlano di Miriam Toews è una storia, ispirata a fatti realmente accaduti, senza preamboli, non si arriva alla fine per scoprire l’antefatto. Il titolo, asettico, ben si addice al tono del racconto: è paradossalmente un uomo, August, a redigere i verbali del dolore, ritornato dopo molti anni presso la colonia mennonita in Bolivia, la colonia degli orrori in cui per anni sono stati perpetrati stupri – persino a bambine –, tenuti all’oscuro, da parti di uomini del gruppo. Per la prima volta le donne sono chiamate a prendere una decisione riguardo la loro sorte: perdonare, combattere o andare via. È una cronaca di quei giorni, di intensa discussione. Sullo sfondo ci sono degli elementi di disturbo: la religione con il suo corredo di paganesimo, i legami affettivi, la protezione di cui godono gli uomini, ma potrebbe essere qualsiasi motivo camuffata per una società maschilista, l’obbedienza. Per la prima volta prendono forza, parola e consapevolezza. Si mettono in viaggio, cercano la Stella del Sud, (r)esistono.
Mi piace molto questo passaggio:

Le immagino andarsene in questo preciso istante, rimpicciolirsi sempre di più mentre con Miep tra le braccia attraversano il campo di soia, il campo di caffè, il campo di granoturco, il campo di sorgo, l’incrocio, il letto asciutto del fiume, la gola e poi la frontiera, senza mai voltarsi per l’ultima, dura occhiata.

E in qualche modo il racconto si scioglie in poesia.

Anche Sasha, che Sasha non è, in una sorta di flusso di coscienza mette a nudo la fragilità e i ricordi fumosi, affogati nell’alcol, consapevole di quanto le accade.  Ci sono molti tentativi di redimersi, seppur superficiali e persino frivoli, ma che potrebbero essere un valido aiuto per sgusciare fuori da questa bolla. Parigi negli anni ’30 è un crocevia di solitudini, opportunismo e al tempo stesso un sogno che non combacia con la realtà. E ci dice molto della vita di Jean Rhys questo Buongiorno, mezzanotte. Più che a Emily Dickinson, il titolo mi fa venire in mente il più moderno Bonjour, tristesse.
Samara, invece, è la ribelle della famiglia Meyer – ebrei che vivono a Montreal – non si attiene ai divieti paterni e intraprende una strada tutta sua di riavvicinamento all’ebraismo. A mio avviso è la vera protagonista dei Mistici di Mile End di Sigal Samuel nonostante prenda la parola per ultima, tenta di portare a compimento il suo obiettivo: scalare l’Albero della vita. Ma ciascuno componente della famiglia come i molti personaggi minori, sono impegnati una ricerca intima e mistica che si tramuta in ossessione e che li allontana gli uni dagli altri. È un libro, questo, particolarmente brillante: per il tessuto della vicenda, la struttura corale e indipendente la cura dei dettagli grafici. Devo aggiungere anche che Lev, il minore dei Meyer, mi ricorda il Jonathan Safran Foer di Troppo forte incredibilmente vicino: quell’ ingenuità.
E infine Ásta, che eredità non solo il nome dal romanzo di Halldór Laxness Gente indipendente ma tutta la solitudine dell’Islanda, lontana dall’oceano, che forse procura sollievo. I capricci degli uomini scombinano l’ordine e gli intrecci della vita: bisogna fare i conti con la morte – il leitmotiv delle opere di Stefánsson –, le incomprensioni e le ambizioni personali. E Ásta è perennemente alla ricerca dell’amore, che resta a mani nude se si toglie l’ultima vocale dal suo nome.
Storia di Ásta ha tratti inediti: per la prima volta lo Scrittore prende la parola, tra vita privata, ci fa sapere che sta scrivendo proprio di questa donna, della sua vita travagliata. La cifra nostalgica dell’autore islandese resta immutata.

 

Donne che parlano di Miriam Toews, Marcos y Marcos, 2018
Buongiorno, mezzanotte di Jean Rhys, Adelphi, 2018
I mistici di Mile End di Sigal Samuel, Keller, 2018
Storia di Ásta di Jón Kalman Stefánsson, Iperborea, 2018

 

Gli articoli
Fenomeno particolarmente evidente all’estero, come è risaputo sono sperimentali e audaci, i social media, in particolare Instagram, influenza la grafica dei libri diventati sempre più oggetti d’arredamento: Is social media influencing book cover design? Di Holly Connolly. «TheGuardian», 28 agosto 2018.

A pochi giorni dalla scomparsa: 5 pezzi per ricordare Inge Feltrinelli a cura di «Rivista studio», 20 settembre 2018.

 

La curiosità
Si chiama Picular: lo studio svedese Future Memories ha creato un motore di ricerca, non saprei definirlo meglio, dedicato al colore. Si digita nel form un termine – persino uno stato d’animo – e il risultato è una tavolozza di sfumature con tanto di codice, passando il mouse sull’icona in basso si vede l’immagine da cui è tratto.
Per gli amanti delle palette di colori, che su Pinterest collezionano bacheche per trarre ispirazione.

 

Il film
La profezia dell’armadillo di Emanuele Scaringi (2018), basato sull’omonimo fumetto di Zerocalcare.

 

La canzone
The longest week di Jay Israelson (2014)

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