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Cartografie sentimentali

Cartografie sentimentali

Scrive Robert Macfarlane in Luoghi selvaggi mentre prosegue per sentieri impervi, alla ricerca della wildness, che in qualche modo inquadra persino gli strumenti per orientarsi:

La mappa a griglia si è dimostrata un metodo straordinariamente efficace per convertire il luogo in una risorsa e per elaborare visioni a grande scala dei paesaggi. È una tecnica a cui si devono innumerevoli benefici e progressi. Ma […] ha finito per distruggere quasi completamente la nostra percezione del valore della mappa come racconto: della cartografia fatta di persona, sentita, sensoriale. […] non dovremmo dimenticarci delle mappe-racconto, perché ci mostrano un modo di muoverci dentro a un paesaggio che abbiamo per lo più disimparato.

Sono luoghi registrati al di sopra della scienza esatta; stratificazioni di esperienza, ritmi naturali, cultura, memoria.
A Bedolina, nelle Alpi lombarde, una grotta conserva una delle più antiche mappe-racconto (collocabile tra l’età del Bronzo e del Ferro), un’incisione enorme di carattere topografico e naturale. È la storia, anche pratica, di un paesaggio, generazioni con lo scopo di essere tramandate e corrette.
Segni di immaginazione e sogno. È «lo stupore della nostra relazione con il mondo».

Credo che nelle parole dello scrittore inglese rientri pienamente anche la letteratura di viaggio, con i suoi carnet e i documenti audio-visivi. Quel che si cerca è proprio quel legame, che rifugge l’esattezza e si concentra su un catalogo emotivo.

In Senza mai arrivare in cima, Paolo Cognetti parla di carte:

Anche sulle mappe il Dolpo ha l’aspetto di un’anomalia: lì dove il Nepal politico, che normalmente si mantiene a sud della catena himalayana, la supera e penetra nell’immensa area geografica dell’altipiano tibetano, c’è una regione tutta sopra i quattromila metri, non raggiunta dai monsoni né dalle strade, la più arida e remota e la meno popolata del Paese. Forse lassù, mi dicevo, avrei potuto vedere il Tibet che non esiste più, che nessuno di noi potrà più vedere […].

È il Tibet nepalese, sopravvissuto per qualche dimenticanza della storia ma non così immune alla globalizzazione, agli effetti di un turismo di massa che non teme le altezze e i freddi acutissimi. La modernità che si esprime in abbozzi di hotel in mezzo i minuscoli villaggi spopolati durante l’inverno.
Quando Cognetti parte ha il ricordo di una lettura come Le più belle montagne e le più famose scalate: dal nostrano Monte Rosa alle più accidentate K2, Nanga Parbat con tutto il corredo delle imprese di Bonatti, Messner. «Il Tibet e il Nepal erano regni segreti, isole del tesoro». Il leopardo delle nevi di Peter Matthiessen ispira realmente il suo viaggio. Attraverso i libri progetta una prima mappatura di sensazioni altrui (allestirà inoltre il suo taccuino con schizzi) che ritroverà nei volti dei portatori, dei monaci e della giovane insegnante, nel disgusto del tè al burro, nelle allucinazioni per la febbre, nella cagnolina Kenjiroba.
Raggiungere vette.
Camminare.
Sono i reduci di guerra, gli espatriati di Mario Rigoni Stern che tornano a casa, superano confini e percorrono i sentieri senza carte in mano, ma con la solo memoria e speranza di ritrovare gli antichi punti di riferimento: «i due alberi c’erano ancora, c’erano la corte con il cancello e i gradini di pietra; c’era ancora il colore verde che aveva dato al cancello prima di partire» oppure «da un cortile una scala di pietra li invitava a salire. Si trovavano in un atrio. Lì c’era qualcosa che riconoscevano: la fotografia dei loro genitori».
Allo stesso modo chi caccia si muove secondo una geografia di odori ed esperienza. Il sottobosco riluce dell’ultime bacche di uva orsina e di mirtillo mentre gli insetti vorticano intorno, tuttavia spesso «più che le gambe conta la conoscenza della montagna e il saper che direzione prendono i galli levati da sotto i mughi». Anche Nico l’Australiano, nonostante il tempo trascorso lontano da quei luoghi, non ha dimenticato quelle geografie, così come lo stesso Rigoni Stern, per inoltrarsi nei boschi degli urogalli.

Di tutt’altra natura, più metaforica, è il viaggio che Daniel e Jay Mandelsohn intraprendono insieme.
Cartine e bussole servono a ben poca cosa, perché qui va in atto la vita con tutte le sue pieghe amare. O forse si scrive un sentiero (geo-grafia), che sulla pagina diventa così intimo abbracciando l’inatteso.
Attraverso un libro importante, in questo caso l’Odissea, come riferisce il titolo, è possibile un nuovo incontro con chi ci è accanto da sempre. Daniel/Telemaco riscopre la vera identità di Jay/Odisseo, la sua vera natura che lo porta a confutare certezze e ciascuno riconoscere la propria Itaca.
Padre e figlio raggiungono, inoltre, l’Europa per battere le antiche rotte dell’epica greca a conclusione del loro periodo di studio, ma ne verrà fuori una geografia sentimentale che si cristallizzerà in una scrittura sincera. «Stai facendo quel che ha fatto Telemaco», dice Barbara a Daniel.
Sulle tracce dell’Odissea, sulle tracce di sé stessi.

 

 

Luoghi selvaggi. Un viaggio a piedi tra isole, vette, brughiere e foreste di Robert Macfarlane, Einaudi, 2011
Senza mai arrivare in cima. Viaggio in Himalaya di Paolo Cognetti, Einaudi, 2018
Il bosco degli urogalli di Mario Rigoni Stern, Einaudi, 2018
Un’odissea. Un padre, un figlio e un’epopea di Daniel Mandelsohn, Einaudi, 2018

 

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