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Cose che (non) ho capito di New York Stories

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Insomma, la questione con New York Stories non è ancora terminata. È un libro che mi portata a riflettere molto, non tanto sull’idea di New York – finché non metto piede non potrei averne una, potrei immaginarla ma non corrisponderebbe alla realtà –, quanto al mio gusto letterario. Vi parlerò brevemente, anzi elencherò ciò che ho capito e non, ma soprattutto che ho gradito della raccolta curata da Paolo Cognetti. Poi attendo la vostra opinione.

  • Sono un pochino scettica nei confronti delle raccolte, si apprezza uno scrittore in pillole e mai compiutamente. In questo caso trasportata dall’entusiasmo, mi sono lasciata convincere senza troppi indugi. Ho apprezzato questa raccolta così eterogenea nonostante non tutte le narrazioni siano allo stesso livello, rischio che si corre anche quando i racconti hanno un unico autore. Raramente ho letto antologie, ma devo dire qui c’è il giusto compromesso tra la Storia e le storie. Ne ho in lettura un’altra sempre di casa Einaudi, ve ne parlerò più avanti.

  • Io e Henry Miller fatichiamo a intenderci, siamo duri di comprendonio. Il suo racconto, Il 14° distretto, non sono l’ho capito. Semplicemente. In realtà la nostra relazione non è mai decollata fin dai tempi di Tropico del Capricorno, non sono riuscita ad andare oltre le dieci pagine. Per poco non mi addormentavo. In preda al delirio, vi dirò che avevo scelto quel libro per il mio segno zodiacale. Delirio di una ventenne, appunto. Quindi, il pregiudizio è rimasto intatto. Nel frattempo attendo di essere scomunicata.

  • Nonostante tutto non mi sono fatta un’idea complessiva di New York, comprendo la fascinazione di chi subisce il suo ricatto, l’illusione le sue luci. Io e l’America siamo come il sole e il ghiaccio, per farvi capire. Il ghiaccio sarei io. Potrei pensare a New York in relazione a un paio di luoghi che mi piacerebbero moltissimo. Solo così posso cogliere i segni sparsi in queste pagine.

  • Leggendo questo libro ho capito che mi piacciono gli autori di origine ebraica, qui ce ne sono diversi e molto interessanti (segue al punto successivo).
  • L’elenco dell’elenco. Letture e scrittori che vorrei approfondire:
    Il barile magico di Bernard Malamud;
    I racconti di John Cheever;
    Richard Yates, Mona Simpson e forse Dorothy Parker;
    Piccoli contrattempi del vivere di Grace Paley;
    Verso Betlemme di Joan Didion;
    Un luogo dove non sono mai stato di David Leavitt;
    Per alleviare insopportabili impulsi di Nathan Englander;
    Il colosso di New York di Colson Whitehead.

Un ultimo consiglio che ha che fare con New York e con l’America, un ulteriore traccia del passaggio di uno scrittore sul suolo a stelle e strisce: Atlante americano di Antonio Borgese, edito da Vallecchi. L’ho studiato per un esame universitario, non l’ho mai dimenticato.

2 risposte su “Cose che (non) ho capito di New York Stories”

Se ti consola anche a me il racconto di Henry Miller non è piaciuto, così come altre voci mi hanno lasciata alquanto indifferente. Ho ritrovato voci che amavo già (la Parker, Fitzgerald, Joan Didion) e sono rimasta piacevolmente stupita dal racconto che chiude la raccolta (quello di Colson Whitehead).
Un bacione.

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