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Eccomi di Jonathan Safran Foer

Eccomi di Jonathan Safran Foer - interno storie

Eccomi.
Mr Jonathan Safran Foer sul finire dell’estate scorsa presentava il suo ultimo scritto per Guanda.

Isacc non voleva traslocare; lo stavano costringendo a farlo. L’unico aspetto in cui Sam voleva diventare uomo erano i rapporti sessuali con qualcuno che non fosse lui stesso ma lo stavano costringendo a scusarsi per parole che diceva di non aver scritto, in modo che potesse essere costretto a salmodiare a memoria parole dal significato ignoto davanti a una famiglia in cui non credeva e ad amici in cui non credeva, e a Dio. Julia era costretta a spostare la messa a fuoco da edifici ambiziosi che nessuno avrebbe costruito a rifacimenti di bagni e cucine per persone deluse con molte risorse. E l’incidente del cellulare li stava costringendo a sottoporre il loro matrimonio a un esame che forse non avrebbe superato: il loro rapporto, come tutti i rapporti, era basato su una cecità deliberata e sulla capacità di dimenticare.

Isaac è il nonno, il patriarca della famiglia Bloch; Sam è il figlio di Jacob e Julia. Mi fermo qui, questa passo riassume (non in totale) la trama. L’intento è di soffermarmi su aspetti più linguistici:

  • costruzione dei dialoghi serrati che non lasciano via di scampo e spesso mettono a dura prova il lettore, logoranti come la relazione tra Jacob e Julia. Foer, forse tra pochi, è in grado di inserire nel racconto chat, mail messaggi telefonici – aggiornamenti pratici del quotidiano -, a concedergli una valenza letteraria non indifferente. È la contemporaneità frammentaria ed è necessario tenerne conto;

 

  • gli elenchi. Sono sparsi un po’ ovunque, descrivono cose, situazioni, sprazzi di normalità in un turbine accelerato di tempo, un accumulo e distribuzione dei fatti che dà una sensazione di controllo. Collezioni di vita che prendono forma nell’apatia;

 

  • l’uso sapiente delle ripetizioni come cifra stilistica. Riconoscere una certa genialità di composizione, rimaneggiamenti e tono pungente, ironico sono gli aspetti che caratterizzano la prosa di origine ebraica e Foer non li smentisce.

 

Come hanno ribadito in tanti, è giusto munirsi di matita: i tocchi d’artista si dispiegano man mano che si entra nel vivo della storia, non è così complicato non esserne abbagliati. E c’è persino una citazione tolstojana, notissima. E lo scrittore americano è brillante persino a riplasmarla.

Ho opinioni contrastanti riguardo questo libro. Non so se sia un lavoro sopravvalutato o addirittura consideralo il grande romanzo americano: chi si è esposto con fermezza ha espresso un giudizio, comunque legato al gusto personale, alle aspettative o al momento in cui si legge. Ma sono le premesse che approcciano a qualsiasi opera letteraria.
La lunga attesa – ben dieci anni da Molto forte, incredibilmente vicino – , il nome altisonante hanno contribuito a creare un’area di attesa non indifferente.
Sta di fatto che è una lettura a tratti faticosa, ci si perde nelle controversie di Jacob e Julia, nell’inerte quotidianità, egoistica e silente, nella diatriba dello splendore collettivo e nel meccanismo individuale; ci vorranno circa quattrocento pagine – opinione personale, si intende – prima che la storia riprenda il vigore iniziale.
I temi sul fuoco sono molti (un’apocalittica Israele, la crisi matrimoniale, la critica al perbenismo etico della middleclass newyorchese, l’ebraismo), si intrecciano senza troppa difficoltà; il realismo va oltre il realismo, il vero vero, tanto da presagire scenari inquietanti ma non impossibili. Sta al lettore ridimensionare questa dose, talvolta eccessiva, e riportare il tutto sotto la lente d’ingrandimento della pura narrazione.

Ancor più importante è il continuo misurarsi con quell’eredità culturale e religiosa, seppur vissuta convenzionalmente, quasi come un obbligo e un briciolo di sarcasmo – la farsa dell’identità ebraica. Quel «sii un ebreo a casa tua e un uomo quando ne esci» dice in ebraico e in tedesco David Karnoswki, «sempre l’aurea via di mezzo, ebreo fra gli ebrei e tedesco fra i tedeschi» vale anche qui, più che mai, sembra di trovare un naturale proseguimento del racconto di Singer. Fingere e ingannarsi. Salmodiando un’esistenza al di sopra delle proprie abilità che investe sopratutto la sfera privata.
«Essere ebreo.»
«Ebreo, sì. Ma un ebreo religioso?»
Sia chiaro, Foer non tratta di alcuna crisi identitaria o disputa teologica, da tale microcosmo non si può fuggire.

Le implicazioni e i rimandi biblici sono sparsi ovunque. C’è un Isacco, o meglio Isaac – da Blumenberg si ribattezza Bloch appena mette piede in America – il nonno di Jacob, voce sottile, presenza imponente, le cui radici affondano nella Storia europea, ma manca un Abramo. O forse c’è, si paleserà lentamente pagina dopo pagina.
Eccomi mette a nudo il protagonista principale, Jacob, il quale ad un certo punto della narrazione, prende la parola. Il suo di giustezza, goffaggine, il riflettere sulle rovine lo portano a cambiare la grammatica della conversazione e a prendere atto della sua natura più sincera, della paralisi che lo circonda. Nella sua cristallina verità, un fascio di luce si proietta sulla sua persona e sulla sua versione dei fatti: eccolo.

Titolo: Eccomi
Autore: Jonathan Safran Foer
Editore: Guanda
Traduttore: Irene Abigail Piccinini
Pagine: 667
Anno di pubblicazione: 2016
EAN: 9788823504882
Prezzo di copertina/ebook: € 22,00 – € 11,99

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