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Recensioni

Fiabe svedesi

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Sono le suggestioni nordiche, del focolare e del lungo inverno, ad arricchire le Fiabe svedesi, a cura di Bruno Berni (Iperborea) nonostante gli echi, più noti, del Gatto con gli stivali, Cenerentola, La principessa sul pisello.
Le dieci storie selezionate, che compongono una parte del nutrito patrimonio folcloristico svedese, giungono fino a noi grazie ai due studiosi Gunnar Olof Hyltén-Cavallius e George Stephens che hanno curato le due edizioni del 1844 e del 1849 delle Svenska folk-sagor ock äfaventyr e messe per iscritto proprio in quegli anni.
Come dirà il curatore nella postfazione, molti racconti hanno subito un’elaborazione durante la trascrizione c’è lo zampino di chi per elevarle, le ha depurate del carattere più semplice, fino a rendere monotone alcune pagine per la ripetizione della medesima formula.
Per fortuna certe atmosfere, più genuine, si sono conservate intatte.
La voce popolare contempla il classico incipit “c’era una volta” che sottrae il racconto a un tempo e a uno spazio ben circoscritti, è in grado di riprodurre l’indefinito senza ricorrere a puntuali elementi: «Le storie, semplicemente, cominciano. Raramente si sa dove, e quasi mai perché», giusto per citare un altro autore Iperbora, Fredrik Sjöberg. Ma nella tradizione orale è presenza forte il narratore, non è raro incespicare in espressioni come “poi non se so più niente”, “nessuno mi ha mai riferito niente del loro cammino”, “poi non sono più stato con loro”. Tutt’altra cosa rispetto ai Grimm.

Abbandonati i dispettosi elfi islandesi e l’intervento divino, la Svezia si popolano di principesse e astuzia. Ci sono giganti che ingurgitano farinate e che propinano agli sfidanti estenuanti intermezzi, pensando di averli come portate ai loro banchetti; matrigne gelose che mal soffrono le figliastre belle e dalle chiome d’oro; padri che riconoscono tale bellezza e bontà ma impiegano un po’ di tempo per capire le malefatte delle consorti; incantesimi e castelli, forse qui che mai; vecchie consigliere prese con le buone; cani, gatti e persino un luccio paladini della giusta causa.
Il principe Hatt sotto terra, a discapito del titolo, ha un’eroina femminile che scala montagne e tratta con una temibile trollessa. Per non parlare del Castello posato su pilastri d’oro che vede una giovane contadina mutare le sorti della propria esistenza.
Cosa ancor più curiosa è la presenza del bosco, non solo come luogo dell’ignoto, dell’assenza di regole. Gli alberi non arricchiscono solo il paesaggio o misurano le distanze tra un reame e un altro ma sono elementi che determinano le sorti dei protagonisti: un tiglio che prende vita dallo scheletro di un cerbiatto, foglie musicali portate in dono, nocciòlo che apre porte di regni sotterranei.
Spesso sono protagonisti tre fratelli, contadini, che ad un certo punto della loro vita fanno armi e bagagli per lasciate la casa e incamminarsi per il mondo in cerca di fortuna. Al più piccolo, viene trattenuto dal padre, non si riservano troppe gentilezze e sono gli stessi fratelli che ne approfittano dell’ingegno per accaparrarsi ciò che loro non sono in grado di ottenere, come accade nella Ranocchia incantata. Una fiaba natalizia per certi versi: un padre chiede ai figli di recuperare boccali, tovaglie di elevata fattura per imbandire la tavola del 25 dicembre. Ma di certo non si accontenta di un lino o semplici trine, ma aspira a decori adeguati a un pranzo natalizio. Questi oggetti preziosi sono custoditi dai troll che tutto pensano tranne che regalarli a questi giovani rampanti.
Le prove che i minori affrontano sono sperimentazioni di tenacia, di anime non corrotte dall’avidità ma dal voler dimostrare le proprie capacità e il proprio stare al mondo. Attraverso l’astuzia e gli stratagemmi porteranno a compimento della missione. Chi ha buon cuore vince su tutto, si sa, è il leitmotiv delle fiabe.

 

Fiabe svedesi, a cura di Bruno Berni, Iperborea, 2017

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