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Il frutto della conoscenza di Liv Strömquist

Il frutto della conoscenza di Liv Strömquist - interno storie

Il frutto della conoscenza (Fandango), dall’allusione quasi biblica, è spiazzante, senza girarci intorno. Eccola in copertina Liv Strömquist, attivista, radiofonica e fumettista svedese, in una posa significativa a dichiarare l’argomento del suo narrare. Allestisce un fumetto corposo e ben documentato – con tanto di note ai margini delle vignette – sull’organo sessuale femminile tra molta ironia, per fortuna, e piglio deciso.
A quanto ci dice, un oggetto di studio fin dai tempi più remoti, da un esclusivo punto di vista maschile. L’uomo si è adoperato a dare una propria versione dei fatti, congetture prive di fondamento spesso dettate da credenze popolari e opinioni poco disinteressate. La conoscenza del frutto è assai scarsa: orgasmo, masturbazione, mestruazioni sono ipotesi che seguono l’onda lunga dei processi storici. Inclusi quelli alle streghe.

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Freud, Sant’Agostino, Sartre, Kellogg (quello dei corn-flakes, era anche medico) e tanti altri si sono dilettati a disegnare un quadro piuttosto impreciso del sesso femminile, tra errori terminologici – anche di genere – e differenze. Mai uguaglianze, e quelle differenze sono sempre state ridimensionate, svilite, attribuendo alla donna un doppio ruolo, di angelo e prostituta, ingabbiando così la sua sessualità.

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Liv Strömquist ripercorre le teorie di alcuni studiosi, rappresentazioni artistiche e i tentativi di descrivere i genitali; fa luce sugli equivoci, ma anche sulla necessità di sfatare certe chiacchiere, dottrine mediche divenute cliché, luoghi comuni che hanno attraversato i secoli indenni, procurando alla donna fragilità e tormenti.
Anche le pubblicità degli assorbenti ne sono una prova: fresco, pulito, protetta sono i leitmotiv ricorrenti che vedono schiere di donne libere dalla schiavitù mensile, considerata una vergogna. Una sensazione con la quale facciamo i conti tutte soprattutto negli ambienti pubblici (scuola, lavoro in primis): è una debolezza mostrarsi con una macchia sui pantaloni. Così come è ribadito l’invito agli uomini di tenersi alla larga proprio in quei giorni: solo gli analgesici aiutano a placare i nostri animi inferociti.
Non avevo mai fatto caso all’insistenza su tali espressioni, forse perché abituata, più che altro ho sempre discordato sul supposto sollievo che un tampone può fornire nell’indossarlo per una settimana.
Ritornando alla questione dell’imbarazzo, è emblematico il caso della poetessa Rupi Kaur, che qualche anno addietro si è vista rimuovere dall’account Instagram una foto (poi ripostata) che la ritraeva nei giorni del ciclo mestruale, perché ha violato le regole della community, così recitava la notifica del social networtk. Va detto anche la foto rientrava in un progetto universitario, ma anche se fosse stato uno scatto privato non fa che significare come questo momento naturale è considerato un tabù. Proprio quello di cui parla la Strömquist.
A tal proposito è piuttosto eloquente l’immagine finale: è necessaria la libertà di sollevare una gamba anche con lo slip macchiato di sangue. Non nuoce nessuno.

Joan Didion scrive che per emanciparsi dai pregiudizi è necessario prima sconfiggere le discriminazioni.

Da lasciare sul comodino dei propri compagni, mariti, fratelli.

 

Il frutto della conoscenza di Liv Strömquist, Fandango, 2017

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