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Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson

Io non mi chiamo Miriam di Majgull Axelsson - interno storie

Solitamente evito libri e film sull’Olocausto e sulla Seconda guerra mondiale non perché sia una negazionista, perché non riesco a sostenere tutta quella tensione, quel peso. Non solo i dubbi su una tragedia così grande, ma tanta crudeltà difficile da comprendere.
Persino la proiezione, quest’estate durante una rassegna cinematografica, del drammatico Il Figlio di Saul, non ha giovato al mio pensiero, tanto da ripromettermi di starmene lontana per un po’ da questo filone. Promessa non mantenuta.
Quando mi sono avvicinata a Io non mi chiamo Miriam (Iperborea) ero titubante, credevo erroneamente che avrei lasciato a metà la lettura. Ma i nordici sono capaci di raccontare qualsiasi aspetto della vita umana senza eccedere nell’orrore.
Io non mi chiamo Miriam è un romanzo di rara delicatezza, e come ha sottolineato Björn Larsson nella postfazione, si tratta di una delle rare narrazioni sul quel periodo in quanto la produzione letteraria in maggioranza è ascrivibile al genere memorialistico e documentaristico – un tabù negli anni successivi al conflitto – quasi non sia possibile o accettabile romanzare su un tema dibattuto come le stragi naziste.
Il libro sposta l’attenzione su un’altra etnia, quella dei rom, considerati dai tedeschi dei criminali, ladri in primis, quindi punibili, tanto da non sollevare protesta. Per tale motivo occupano all’interno della Storia un ruolo marginale, ma la loro deportazione e uccisione è al pari della tragedia ebraica.
Nonostante l’abbiamo trovato un po’ prolisso, ha più angolazioni, tutte necessarie, ricerca identitaria, storica, follia umana che trovano un legame inscindibile e univoco nell’universo umano, ancora una volta un monito a non dimenticare.
Majgull Axelsson non si risparmia in dettagli, emerge la dura esistenza dei prigionieri nei lager, con fare meticoloso ci introduce nella vita di Miriam, prima ad Auschwitz-Birkenau e a Ravensbrück. Ogni mattina, durante l’appello, si decide il ciascun destino: si sopravvive o si muore.

«Io non mi chiamo Miriam». Un filo di voce e Miriam porta scompiglio nella sua famiglia. Solo Camilla è in grado di cogliere quella sibillina rivelazione, per gli altri membri è solo un colpo di testa dovuta all’età.

La gonna scozzese diventa un vestito a righe da prigioniera, le calze svaniscono e le scarpe scivolano via nel nulla, il parquet sotto i suoi piedi è di colpo cemento grezzo e non resta altro che il crepuscolo invernale fuori dalla finestra e la neve che cade, e per un breve istante è di nuovo a Ravensbrück ed Else fissa il vuoto con gli occhi sbarrati per la febbre e Miriam grida, grida e sente se stessa gridare e si tappa la bocca con le mani per costringersi a tacere. Rimane immobile per un pezzo con gli occhi chiusi, ricaccia indietro il grido, poi solleva lentamente le palpebre e si guarda intorno. È tutto come al solito. Sono gli anni Sessanta, un quieto crepuscolo di febbraio, e lei è nel suo bel soggiorno e sulle ginocchia ha un guanto ancora a metà, destinato al suo figliastro.

Un pensiero e immediatamente Miriam catapulta nuovamente all’inferno. O forse non l’ha mai abbandonato a dispetto della sua attuale agiatezza.
Incalzata dalla tenacia di Camilla, la quale è decisa a cogliere quel segreto, Miriam mette fine al suo supplizio e trovare definitivamente pace.
Si formula così un passaggio di testimone, o meglio di testimonianza, per la giovane nipote Camilla, alla quale confessa la sua storia: «Camilla annuisce. D’un tratto è diventata davvero adulta. Quasi coetanea della vecchia nonna». Faticosamente Miriam snocciola il suo segreto e rivive i ricordi, frammenti via via sempre più grandi. «Ho tradito quel che ero. Anche se in realtà non capisco perché…».
Miriam si finge ebrea non per un calcolo mentale, ma per una favorevole casualità e si finge ebrea fino all’alba dei suoi ottantacinque anni, quando ritrova in quel rigido bracciale con decorazioni zigane, regalo di compleanno, un chiaro segno. Non vuole più sfuggire al passato.
Affronta il racconto della reclusione, i traumi, le perdite familiari,l’insostenibile questione identitaria. Più volte, durante il suo ritorno alla normalità – se il termine è appropriato − è stata messa alla prova: gli echi della sua vita precedente, delle sue origini hanno bussato con insistenza alla porta della sua bella abitazione, tenerli a bada è stata dura.

I rom erano sempre stati odiati e disprezzati e per questo che bisognava stare attenti a non disprezzare se stessi. Lo diceva sempre il nonno.

E anche quando finalmente è accolta in territorio svedese, forse “casa”, l’incubo non finisce. Nella civilissima Svezia gli zingari non ricevono un trattamento benevolo, spesso sono vittime di spedizioni punitive, soprattutto a Jönköping e Nässjö, città nelle quali transita e si stabilisce la donna.
«Lei era Miriam. Una ragazza ebrea molto intelligente, di buona famiglia. Doveva convincersene». È consapevole della propria storia personale, ma deve sottostare agli intricati equilibri sociali.  Subisce lo spaesamento, l’inconsistenza di questa forma: «oppure non sono niente? Né rom né ebrea, né tedesca né svedese?». È un’ancora di salvezza convertirsi al nuovo futuro, nascondere la propria identità, essere quello che non si è anche solo come risarcimento per le brutture sofferte. Per sicurezza.

Il dialogo tra luce e buio, fortemente simbolici in tutta la letteratura in particolare di quella nordica, hanno qui un’importanza rilevante. Non è un caso che Miriam ricordi del gelo dei campi di concentramento; non è un caso che Miriam a primavera raggiunga sul treno fantasma la Danimarca; non è un caso che Miriam decida di compiere gli anni nel giorno di mezza estate.
La libertà ha il tepore della primavera.
Sotto gli occhi attenti e acerbi di Camilla, Miriam si ricompone. La luce estiva, persistente anche nelle ore notturne, è un balsamo, un invito a riscattarsi dal suo segreto. Perché non incontrerà più il Male. E non ha mai dimenticato di essere Malika.

 

Titolo: Io non mi chiamo Miriam
Autore: Majgull Axelsson
Editore: Iperborea
Traduttore: Laura Cangemi
Pagine: 563
Anno di pubblicazione: 2016
EAN: 9788870914672
Prezzo di copertina/ebook: € 19,50 – € 9,99

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