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La Norvegia sotto la lente d’ingrandimento

La Norvegia sotto la lente d'ingrandimento - interno storie

Vi racconterò «The passenger», il numero dedicato alla Norvegia, attraverso il mio viaggio. Inutile aggiungere che è una collana davvero curata, corredata di buoni apparati: è un’indagine strutturata, non edulcorata, attraverso gli occhi di chi abita un paese o lo frequenta con assiduità.
Non ho cambiato idea sul Nord, ho smussato certe fascinazioni. Ma certi meriti ci sono e bisogna prenderne atto. Questa lettura mi ha fatto vedere sotto la lente d’ingrandimento quel che avevo notato ma non avevo considerato abbastanza per rintracciare radici sociali, politiche, culturali nel senso più ampio del termine.

 

Quando dici Norvegia nell’immaginario collettivo si aprono cartoline di paesaggi meravigliosi, rorbu a che si affacciano sui fiordi, che ingentiliscono montagne aguzze. In effetti la natura è predominante, stupefacente. Anche per la latitudine ha avuto la meglio sull’urbanizzazione.
La molteplicità di microclimi che si scorgono andando verso Bergen, se prendete il treno e la foresta che è a ridosso della capitale, a pochi chilometri, ne sono un esempio. Casi unici.
Tant’è che ho trascorso 4 giorni alle Lofoten e non mi sono lasciata sfuggire un giro nei fiordi di Bergen. La Natura qui non è un’entità sognata, astratta.

«La vera storia della Norvegia è fatta di mare, pesca, pescatori.» Il presente è una ricchezza di oro nero.
La Norvegia predica sostenibilità, comunione con la natura, spesso è la protagonista nei libri. Ci sono però le gravose questioni del petrolio, degli allevamenti intensivi dei salmoni, della militarizzazione di Kirkenes.
Morten A. Strøksnes, autore del mio libro preferito di casa Iperborea, sottolinea come questi cambiamenti abbiano influenzato negativamente la vita lungo la costa, la quotidianità delle piccole comunità di pescatori e l’ecosistema. Ma è anche la contraddizione di una nazione che vende greggio mentre si converte quasi totalmente alle fonti rinnovabili. Per esempio a Oslo non sentirete motori, ma vedrete delle “quiete” auto elettriche firmate Tesla. E neanche i clacson: rimpiango ancora quel silenzio.

 

A Oslo la guida sottolinea di non addentrarsi nella zona est della città, lo sconsiglia. È a ridosso della stazione, che a sua volta è a due passi dal porto, in pieno fermento con l’Opera house e in costruzione la biblioteca e il Munch Museum: sarà Oslo2020.
A est si concentra l’immigrazione orientale e medio orientale, tanto da aver influenzato anche la lingua (kebabnorsk), un quartiere popolare come potrebbe essere Grunerløkka, con la sua aurea vintage, il mercato del pesce, l’Orto botanico, che ha spaccato la città in due zone ben distinte. Ne sono testimonianza i profili architettonici degli edifici. Da qui prende vita il piano tremendo (è riduttivo) di Anders Breivik: c’è anche lui, è impossibile non fare i conti con questo episodio recente.
Confermo le statistiche (quanti primati la Norvegia, tra cui i più alti indici sulla lettura, trovano spazio persino nelle Correzioni di Franzen) riportate dal magazine: mai in nessun’altra città mi sono sentita sicura come a Oslo.

 

L’articolo che ho apprezzato è dedicato ai sami, scritto da Moddi un cantautore che ha musicato in Unsongs un canto lappone, Il ladro e lo sciamano.
A tal proposito mi rammarico per non aver visto al cinema Sami blood di Amanda Kernell, non ricordo i motivi.
Al Museo della cultura norvegese (che vi sconsiglio di visitare) la storia di questo popolo è ridotto a un esiguo spazio per essere una popolazione che vive da millenni sul suolo scandinavo, tra Norvegia, Svezia, Finlandia e Russia.
È il paradosso di una nazione sempre sotto scacco dei danesi e degli svedesi fino agli inizi del secolo scorso, che ha visto la propria lingua fortemente contaminata da quella dei vicini e poi si ritrova a imporre il norvegese ai lapponi, a vietare il suono del joik. Ma al tempo stesso conserva un attaccamento a certe rigide tradizioni, quali il bunad da indossare in molte occasioni, stridendo tra la celebrazione del passato contadino e l’ostentazione di nuova agiatezza.
Durante la visita di Oslo mi sono chiesta come mai, durante i festeggiamenti probabilmente del diploma, alcune ragazze, giovanissime, indossassero il bunad: è un abito impegnativo, anche dal punto di vista della fattura e della ricercatezza dei filati: l’ho capito solo leggendo l’articolo di Ebba D. Drolshagen. Forse è un’esasperata corsa verso l’autenticità.

 

Chiudo con un aneddoto. Alle Lofoten ho conosciuto un artigiano italiano, che vive lì da 38 anni e non torna in Italia da 18, sibillino ha descritto i norvegesi: rissosi come gli italiani, gelosi come gli italiani, invidiosi come gli italiani. Ma solo che in queste terre l’utopia della trasparenza politica e sociale è realtà.
«Imparate dalla Norvegia.»

 

Norvegia – «The passenger», AA.VV., Iperborea, 2019

Approfondimenti:
Art of Scandinavia è un documentario della BBC trasmesso anche su Rai5, tuttavia non riesco a reperirlo ma lo cito comunque

Sano come un pesceIndovina chi viene a cena di Adele Grossi, 27 marzo 2017

Finlandia, la lotta per l’Artico dell’ultimo popolo indigeno d’Europa di Belén Domínguez Cebrián, «Repubblica», 2 maggio 2019

La scelta del re di Erik Poppe, 2016

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