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La storia di un matrimonio di Andrew Sean Greer

Erano anni che non ci pensavo; avevo avvolto la mia storia nella carta velina e l’avevo messa via. Non l’avevo mai raccontata ad anima viva, almeno fino al giorno di quella passeggiata con Buzz al mare.

Suona il campanello, o meglio tuba, Lyle abbaia, il fischio del bollitore riempie la cucina: senza preavviso nella quiete domestica dei Cook cambia, alla porta dopo molti anni si presenta Buzz, amico di Holland ai tempi del secondo conflitto mondiale, un legame poco limpido che si trascina dietro una vicenda dai lati oscuri.
Chi narra, Pearlie, è a buon punto del racconto, riavvolge il nastro e sbriciola pagina dopo pagina l’irruzione prepotente di quel bianco che conosce il silenzio di Holland.

 

Nel titolo La storia di un matrimonio di Andrew Sean Greer (Adelphi) ci sono in mezzo un articolo determinativo e indeterminativo (anche nell’originale), così il primo è decisivo nella convenzionalità di una relazione; ma è anche un microcosmo di eventi, storici e sociali, che si insinuano nella microcosmi di eventi nella complessità coniugale: l’America degli anni 50, l’armistizio con la Corea, le tensioni razziali, la caccia alle streghe, le virtù americane – «un uomo leale, perbene, un soldato» – e per il processo Rosenberg «la gente preparava picnic per assistere al linciaggio».

 

Pearlie e Holland si rincontrano a guerra terminata, si sposano e vanno a vivere Sunset, a San Francisco, hanno un bambino, Sonny, e un cane, Lyle.
Le anziane zie, Beatrice e Alice, l’avvertono fin dal principio di quell’unione: scorre nel suo corpo sangue cattivo, ha un cuore inverso. Non sposarlo.
La donna riconduce quel monito ai traumi bellici, all’immagine di un organo fuori posto. Perciò mantiene fede a quanto gli ha promesso: «Lascia che mi prenda cura di te. E così per quel cuore inverso, temendo qualche scossone, ogni giorno Pearlie censura il quotidiano dalle notizie cattive, per proporgli una rappresentazione edulcorata della realtà.
Holland cerca protezione e Pearlie amore:

«Ho bisogno che tu mi nasconda». Come testimone protetto, una vita nella nostra casa piccola e tranquilla: un figlio, una moglie, un cane che non abbaia. Un po’ d’amore per tutti, un po’ di felicità per lui.

Dicevamo, Buzz conosce il silenzio di Holland, ma non Pearlie, il quale le restituirà frammenti inediti dell’amato che fino a quel momento non conosce molto, un ritratto smarrito dunque.
E Pearlie trattiene tutto, vite sommerse e complicati ingranaggi del cuore, fino a diventare complice di quel bianco per il bene di tutti. Si allestiscono banchetti di promesse, pretese urlate, futuri ormai scritti come fossero diritti inconfutabili.
Un cessato allarme. Una tregua prudente.

Se non potevo salvare il mio matrimonio, potevo almeno salvare mio figlio. La vita poteva essere scambiata, migliorata, poteva diventare la vita dei tuoi sogni: in cima a una scogliera, a picco sul clamore del mondo. Avevo una scelta: o questo o niente. all’epoca non c’erano alternative in quell’avamposto sul mare, per una ragazza di colore come me.

Nelle pieghe del dolore si nasconde una cronaca lucida che svela colpe espiate, dubbi e desideri devianti.

Io osservavo la zolletta di mio marito tutte le mattine: ero una moglie attenta.
[…]
Ma ciò che amiamo si rivela una traduzione scadente da una lingua che conosciamo appena. Risalire all’originale è impossibile. E pur avendo visto tutto quello che c’era da vedere, che cosa abbiamo capito?

 

La storia di un matrimonio di Andrew Sean Greer, Adelphi, 2008

 

2 risposte su “La storia di un matrimonio di Andrew Sean Greer”

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