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La straniera di Claudia Durastanti

La straniera di Claudia Durastanti - interno storie

Racconta le trasformazioni personali La straniera di Cluadia Durastanti (La nave di Teseo), in cui fin dal principio ci sono i due genitori sordi che per una serie di congiunzioni astrali favorevoli si riconoscono tra tante disfatte. La madre e il padre hanno una forza tutta loro, un raggio d’azione che avviluppa il contesto, lo scuote e lo riproietta sotto nuove forme.
Straniera è questa donna perché comunica con il mondo secondo i propri codici linguistici, seguendo parametri non convenzionali e liberi dal conformismo; per una genealogia familiare migratoria che la investe in parte.
Ad un certo un punto c’è un naturale passaggio di testimone tra madre e figlia, simboleggiato dalla comune mobilità. Dalla Basilicata a Brooklyn, passando per Roma e approdare a Londra, allontanarsi dal luogo di origine, riappropriarsi dell’inglese, percepire i nuovi squilibri – dal petrolio, ai rifugiati africani, al divario socioeconomico, alla Brexit: una dislocazione di centralità e di lingua.
La sua è una cartina topografica che non racchiude la magia arcana di una terra selvatica e brulla come la Basilicata, ma che si fa memoir sincero, saggio e un racconto di formazione al tempo stesso. Un’odissea moderna priva di un’Itaca a cui far ritorno. L’eredità materna sopravvive alle occasioni ghiotte della vita.

 

Con Claudia Durastanti condivido l’anno di nascita, sono più vecchia di 5 mesi, ma non ho avuto una famiglia di emigrati, se si escludono i parenti più prossimi ai miei nonni. Sì, loro sono arrivati in Argentina e solo uno, che non è neanche nato in Italia, ha lasciato quel paese per trasferirsi qui, negli anni più bui della crisi economica sudamericana.
Nel mio più stretto nucleo domestico sono stata io la prima e unica a lasciare la Calabria (mio fratello è partito e tornato diverse volte), dopo 16 anni sono ancora al Nord, prima lo studio, poi un lavoro che arranca come una salita in montagna. Manca poco per arrivare al punto in cui avrò vissuto metà degli anni al Sud e metà al Nord.
Ho letto in passato due libri di Natalia Ginzburg, Famiglia e La casa e la città, cercando risposte a un malessere che non si è mai placato, che è diventato disorientamento e soprattutto estraneità ai fatti della vita cittadina, senza trovare un rimedio, per quanto naturale possibile, perché la dimensione narrativa è così distante per tempi e costruzione che ha bruciato la mia empatia.
Quando la storia della Durastanti, invece, si è fatta sempre più in prima persona, ho iniziato a capire veramente che poteva esserci una corrispondenza. Ci sono pagine nitide e perfette come diamanti, pur raccontando cose spiacevoli e grovigli, mi pare abbiano chiarito i miei. Dapprima la sterilizzazione degli accenti e delle abitudini, poi «una città che ti respinge», infine la misurazione della quadra attraverso i fallimenti, le chimere. «Non ho ancora imparato come si vive in una città, non so ancora come attraversarla senza trasformare tutto in testamento o in un colpo al cuore.»
In queste poche righe ho visto il mio ritratto, sempre in ritardo sulle cose, ai margini della periferia dove giunge l’eco dei grandi eventi. Vedo in questo lungo peregrinare a vuoto una continua ricerca identitaria, di un ruolo nella società che non necessariamente deve corrispondere con un’ascesa ma che ravvisi un’esistenza e non un numero e, quindi la necessità di definirsi.
Quindi, prendi la valigia e parti. O ti fermi vinta.
«Emigrare significa convivere con tutti questi se del sé, sperando che nessuno prenda il sopravvento sull’altro.» O si sfaldino. E persino quando si torna alla famiglia, la casa per eccellenza, il senso di smarrimento è così forte da farti percepire sempre fuori posto, distratta e poco interessante, anche perché ti trascini dietro un carico di aspettative adeguato al raggiungimento del successo o del baratro.
«Straniero è una parola bellissima, se nessuno ti costringe a esserlo.»

 

La straniera di Claudia Durastanti, La nave di Teseo, 2019

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