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L’arte della fuga di Fredrik Sjöberg

L'arte della fuga di Fredrik Sjöberg

Per raggiungere il Widforss Point, nel Parco nazionale del Gran Canyon in Arizona, bisogna percorrere otto chilometri nella foresta vergine fino alla roccia di Gunnar, che il reale lato di osservazione per i suoi dipinti, esposto a sud, con i boschi di conifere e pioppi al nord.
«Il sentiero corre così vicino al precipizio che spesso, in qualche radura, si riesce a intravedere l’abisso, ma non di più: non si arriva mai sul bordo della vertigine, non sul Widforss Trail».
In basso il Bright Angel Creek.
Nel 1938 la United States Board of Geographical Names decide di dedicare questa cima, alta 2400 metri, a Gunnar Widforss: «non è un gran che come montagna», scrive Fredrik Sjöberg nell’Arte della fuga (Iperborea), ma almeno si è resa giustizia a un personaggio dimenticato in patria.
Questo libro segue le sue peregrinazioni – in Russia, Europa e Stati Uniti – attraverso gli archivi e scatole di ricordi – un lavoro certosino di riscoperta –, ma anche fisico sulle tracce del soggiorno americano.

Gli acquerelli di Gunnar sono andata a cercarmeli, per capire insomma cosa abbia spinto Fredrik Sjöberg a indagare la sua biografia. «Le storie, semplicemente, cominciano. Raramente si sa dove, e quasi mai perché», come dichiara nell’incipit.
Non dovrei più stupirmi, ho una mia idea, dopo aver letto tre libri, piuttosto chiara: l’entomologo colleziona storie, come farebbe con ai serfidi, che le coincidenze e gli interessi gli presentano, percorrendo i confini ristretti di vite minuscole dai sussulti curiosi.
E così Fredrik Sjöberg, accompagnato dalla moglie, si mette a rovistare nella vita del Gunnar “reborn in Usa”.

Pittore dei parchi nazionali come viene etichettato nell’Enciclopedia svedese dell’arte, Widforss in patria ha scarsissimo successo, ma trova la sua gloria oltreoceano dopo molte difficoltà.
È il tempo in cui si diffonde la wilderness, il mito della natura selvaggia, nata negli Usa e perseguita da scrittori, artisti, fotografi: un’attenzione al paesaggio, soprattutto incontaminato, più sentimenti che scienza. Un pensiero che si trascina dietro tutto il suo corredo di riserve naturali, autenticità e ecoturismo.

Gunnar Widforss è un acquerellista, non ultimo in famiglia di una fitta schiera di artisti, i cui soggetti sono i pini e le estati dell’arcipelago di Stoccolma, a Grisslrhamn, prima di fare dell’America la sua patria creativa. Indirettamente ha che fare con con la catena d’abbigliamento H&M. Questioni di locazioni iniziali.
Parte alla ricerca del suo posto nel mondo, tra i mille mestieri, illusioni e ristrettezze economiche: quando raggiunge una certa agitazione siamo alla vigilia del Big Crash, il tracollo finanziario del 1929.
Se in patria i suoi orizzonti scandinavi ottengono modesti risultati, in America invece una più diffusa predisposizione culturale fa si che ritrovi un riscatto. La sua sfera di influenza e ispirazione gravita intorno all’Arizona, il Nevada, il Colorado.
Tuttavia deve piegare la sua visione a spazi inediti, la svolta paesaggistica ha a un più intenso contatto con la natura, riadatta la sua pittura alle montagne, alla luce che ferisce gli occhi: sono i superbi profili del Grand Canyon.
Quando nell’ultimo periodo della sua vita ritorna in patria stenta a riconoscersi in quella terra, è tale lo spaesamento che fugge di nuovo.

È una biografia poco documentata, una ricerca labirintica tanto da nascondere tra le pieghe un segreto, dal risvolto significativo ma non così decisivo.

La sovrapposizione delle narrazioni di Sjöberg si fa meno sottile rispetto agli scritti precedenti, si perde l’enciclopedismo più spiccato che caratterizza L’arte di collezionare mosche e Il re dell’uvetta. Di digressioni disparate, più flebili, è tessuta l’intera architettura, quali sull’arte del russare, il fletcherismo, letture tematiche apparentemente estranee, ma connesse con il racconto.
Meno incisivo per quanto ci ha abituati, rimane comunque una piacevole quanto scorrevole lettura che finisce sempre a parlare dello stesso autore svedese, a identificarsi con la storia di Gunnar, per il timore di finire nel dimenticatoio.

Scrive Robert Mcfarlane nel capitolo Selce in Le antiche vie, abbozzando la vita del camminatore e poeta Edward Thomas e parafrasando Richard Holmes:

[…] si rese conto che in realtà il biografo segugio non raggiungeva mai l’oggetto del suo studio; nel migliore dei casi trovava soltanto indizi indiretti della sua presenza passata: fugaci bagliori bagliori di post-luminescenza, fantasmi retinici. «Non li prendeva mai, – avvertiva Holmes, – non li prendeva mai veramente».  Io ero partito con l’idea di arrivare a conoscere Thomas ripercorrendo a piedi i suoi stessi cammini, ma Thomas per lo più mi aveva eluso, era rimasto un fantasma della strada che si lasciava intravedere a una curva del sentiero o di là dalla breccia di una siepe, ancora avvolto nel mistero. E tuttavia ho imparato moltissimo dalle persone che ho incontrato nei miei viaggi […].

Una caccia al tesoro, che per quanto ben equipaggiati, rimarrà introvabile.

 

L’arte della fuga di Fredrik Sjöberg, Iperborea, 2017

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