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Le cose che restano di Jenny Offill

Le cose che restano di Jenny Offill - interno storie

Mi sono venuti in mente questi versi tratti dall’Antologia di Spoon River. È la signora Sibley a pronunciare il suo canto funebre:

Il segreto delle stelle: la gravitazione
Il segreto della terra: giacimenti di pietre
Il segreto del suolo: ricevere il seme
Il segreto del seme: il germe
Il segreto dell’uomo: seminare
Il segreto della donna: il suolo
[…]

C’è una donna che muove tutto in questa meraviglia di Jenny Offill, Le cose che restano, che ha la potenza magica di penetrare e rimestare la realtà. Ed è sempre lei ad organizzare una festa di compleanno della Terra – 4,6 miliardi di anni – che si consumerà con la figlia intorno ad una torta ricoperta di glassa blu e verde, l’oceano e la terra. Ma niente candeline, non ci starebbero tutte.
Quando Anna spiega a Grace l’origine della Terra e dell’Universo conosciuto ricorre a un suo personale calendario cosmico in cui le tappe fondamentali sono esemplificate nel breve arco di un anno. È giusto un modo per fissare i tormenti:

1° gennaio: Big Bang
1° maggio: origine della Via Lattea
9 settembre: origine del sistema solare
14 settembre: formazione della Terra
[…]

Quindi, ci sono una madre strampalata, una sorta di Mata Hari che conosce cinque lingue e sogna in tre; un padre che crede nelle scienze esatte, il cui libro preferito è La Costituzione dalla A alla Z; e una bambina, Grace, molto influenzata da entrambi soprattutto dalla donna, come testimonia il ricorrere spesso all’espressione “Mia madre diceva”.
Poi un giorno madre e figlia partono, c’è un evento scatenante. Direzione New Orleans, la città amata da Anna.
Non so perché tutti gli scrittori americani quando metto in macchina i loro protagonisti, per brevi o lunghe fughe, pare sempre che sia un viaggio che si colora di una certa atmosfera polverosa, di una luce calda e coincide sempre con lo svelamento di se stessi e del cuore degli Stati Uniti. Anche in questo caso vale il medesimo miracolo.
È un vagabondaggio precario, di molte tappe in condizioni disagiate, incontrano persino una tempesta.
La Offill mantiene sempre quell’equilibrio tra eccentricità e follia arrivando a narrare situazioni fuori controllo. Non riesci a giudicare questa madre snaturata per le sue decisioni sciocche, non riesci: Anna è così.
Solo che ad un certo punto la fiducia incondizionata che Grace nutre nei suoi confronti vacilla, i suoi occhi cominciano a avere paura, a dubitare dei suoi gesti. Quel microcosmo fantastico e domestico popolato dai racconti, dall’Africa e le sue leggende, all’improvviso viene messo in discussione. Il tempo dilatato si ricompatta, quel calore si sbriciola. E allora di questo fulgore cosa rimane?

Mia madre diceva che le pietre erano cose che durano e che sarebbero rimaste molto tempo dopo che le persone se ne fossero andate. Altre cose che restano sono gli oceani, il metallo e i corvi.

Le cose che restano sono quelle che non si sono perdute, che si vedono anche nel buio e che Grace cerca di scacciare per non farsi inghiottire.

Una volta disse mia madre non esisteva il buio totale. Persino la notte, la luna era luminosa quanto il sole. L’unica differenza stava nella luce, che era blu. Vedevi tutto per chilometri e chilometri e non faceva mai freddo. Si chiamava crepuscolo.

Perché crepuscolo?
«Perché è una parola in codice per cielo blu. Mi ero ricordata che si diceva codice blu quando moriva qualcuno, e anche questo aveva a che fare con il cielo». Perché delle stelle non ci si può fidare, si spostano sempre più lontano man mano che ti avvicini.
Il crepuscolo è il momento in cui ancora si possono distinguere i contorni delle cose, il limite tra il reale e il mondo di anime a cui la madre l’aveva abituata, è una scatola di ricordi piene di foto sbiadite: basta un dettaglio per rintracciare le orme ancora visibili.
Gli oggetti raccontano – una stanza tinteggiata di nero per spiegare l’origine dell’universo, un’automobile chiamata il Maiale Viola -, hanno un valore, riacciuffano l’ora perduta.
A distanza di anni lo sguardo di Grace rimane fanciullo, perde un pochino l’ingenuità per chiarire i momenti opachi e inspiegabili; ha una voce limpida, in grado di catturare poesia e ritrovare. C’è una cosa in cui crede che esiste un tempo circolare, quello di Laika la cagnetta di Grace: tutto quello che è successo accade nuovamente.
C’è un presagio nella lezione del 22 dicembre, seguendo il calendario cosmico, sui primi anfibi:

Mia madre diceva che ero un anfibio, che avevo preso le gambe da mio padre e le pinne da lei. Ed era vero che non riusciva a stare lontana dall’acqua a lungo.

Nonostante il dramma, è una bella storia.

 

Titolo: Le cose che restano
Autore: Jenny Offill
Editore: NN
Traduttore: Gioia Guerzoni
Pagine: 240
Anno di pubblicazione: 2016
EAN: 9788899253301
Prezzo di copertina/ebook: € 17,00 – € 7,99

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3 Commenti

  • Reply ophelinha

    Bellissimo articolo, ho amato la celeste corrispondenza coi versi di Spoon River ❤️

    26 luglio 2016 at 11:30
    • Reply Marina Grillo

      L’ho sfogliato qualche giorno. Il caso ha voluto che capitassi su quei versi: ho trovato una (mia) corrispondenza.

      26 luglio 2016 at 15:01
  • Reply NNEDITORE | Rassegna stampa on line di Jenny Offill – Le cose che restano

    […] Intervista su Vanity Fair Su Ophelinha Pequena Su La lettrice rampante Su Amica Su L’Indice del Mese Su La Biblioteca di Babele Su Passione per i Libri Su Minima et Moralia Su Coffee and velluto When We Talk About Books Su Deborah Donato Su Galeotto fu il libro Su Wired Su The Book Worm Su Cabaret Bisanzio Su Interno Storie […]

    22 agosto 2016 at 14:27
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