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Luce d’agosto di William Faulkner

Luce d'agosto di William Faulkner - interno storie

Quella che William Faulkner narra in Luce d’agosto (Adelphi edizioni) è una storia antica di sangue, orrore, rabbia, paura. Esattamente così: il medesimo attributo per indicare quattro stadi della furia. Muovendosi tra peccato e sbaglio – cosa s’intende?, dove finisce uno e inizia l’altro? –, tutto il racconto oscilla tra questa dicotomia:

Ma te la senti di dire fino a dove il male arriva e non è più solo apparenza di male? Dove il male si arresta fra il fare e il sembrare?

Christmas, Lena, Lucas, Hightower, Joanna, Byron – in qualche modo protagonisti – inevitabilmente sono legati da un destino beffardo, crudele, segnato quasi da una sorta di maledizione ereditata che pare trovare sostanza proprio tra le vie di Jefferson.
Ed è proprio Joe/Christmas a ricevere maggiore attenzione da parte dell’autore, un personaggio dal complesso lato oscuro, carnefice e martire al tempo stesso, una sorta di Messia al negativo come scrive Tommaso Pincio, perduto fin dalla nascita. Una figura misteriosa anche per se stesso, il quale non indaga nemmeno sulle proprie origini, ma si trascina quell’ambiguità sussurrata o urlata da chi ne viene a contatto, a subire le conseguenze, a ubbidire a un proprio ordine delle cose. Sarà Joanna Burden a rompere quell’ordine, Christmas non accetterà gli equilibri di lei, la sua programmaticità. In seguito calzando le scarpe dell’uomo nero, riuscirà a impadronirsi di una nuova visione del mondo: quella che al momento gli sembra più giusta.
Le storie di Christmas e della signorina Burden sono patrimonio di geografie familiari, entrambi dannati – se così si può dire – da una peregrinazione senza sosta, dall’isolamento.
L’isolamento è provato da Christmas già in orfanotrofio e presso la famiglia adottiva, poi nella comunità che li ha messi ai margini perché sostanzialmente diversi. Percy Grimm mette in pratica ciò che la collettività pensa ma non osa fare, decretando così il fallimento dell’uomo e della società.
Ma è la stessa comunità che in qualche modo aiuta Lena e Hightower, ma su questi rimarrà sempre un velo di sospetto. Tuttavia, sono figure che non trovano interazione con le dinamiche cittadine, a quali si aggiungono Byron, gli Hines, i McEachern. Costretti o meno, il loro isolamento è parte della storia.
Il Sud di Faulkner è quello reale, lo stesso scrittore ne era influenzato, impregnato di razzismo e cristianità, idee e valori come portabandiera, che non lascia scampo alla figura femminile.
Doc Hines rappresenta appieno questo spirito, il delirio acuto del cristianesimo, in una commistione di ipocrisia e fanatismo. Nonostante non sia un puntuale osservante, giustifica l’intolleranza e le sue azioni come volere divino: anche il diavolo viene a riscuotere il pedaggio, replica più volte alla moglie. Hines prende alla lettura le sue farneticazioni, quei lampi biblici dettati dalla follia:

E Dio disse: «Tu aspetta e guarda, perché mica ho tempo da perdere col sudiciume e la sozzura di questo mondo. Gli ho messo il segno addosso e ora gli metterò la conoscenza. E ho messo te lì a guardare e a sorvegliare il mio volere. Starà a te prendertene cura e fare la guardia».

 

La strada polverosa, elemento importante nella mappatura narrativa di Faulkner, è per Christmas infinita, senza meta, non solo una via di fuga ma conduce alla violenza e all’incapacità di trovare risposte per se stesso. Lena raggiunge a piedi Jefferson alla ricerca di Lucas, il padre del bambino che porta in grembo, la strada è per lei una redenzione, una possibilità. Consapevole delle sue azioni, tuttavia rimane distante dagli eventi. Sarà proprio lei ad ad aprire e chiudere il cerchio, simbolo innocente di un nuovo inizio.

 

Luce d’agosto di William Faulkner, Adelphi edizioni, 2007

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