Categorie
Le mie letture

Mobili di famiglia di Alice Munro

Una donna di cuore, letto il primo. Andata.
Giacarta. Idem. E con il secondo racconto, mi sono sentita sollevata.
Fare pace con Alice Munro è un bel traguardo. Ho tentato di liberarmi dai pregiudizi prima di affrontare quest’ultima raccolta firmata Einaudi. Ci sono andata con i piedi di piombo, perché non volevo illudermi di terminarla.
«Un’idea che ha che fare con il non dover proseguire, non dover tornare a casa», chiude così Giacarta. Questa è la sensazione quando la relazione con un libro termina prima del previsto: sono certa che quando ho iniziato − e mai terminato − Le lune di Giove non era il momento giusto.

 

Mobili di famiglia è un tuffo nelle storie già conosciute di Alice Munro, una selezione appunto, dal 1995 al 2014; ventiquattro racconti corposi, smaglianti.

— Mobili? […]
— Dunque, vediamo. Di che genere di mobili stiamo parlando?

All’improvviso Alice Munro porta in giardino l’arredamento e lo mette in mostra a chiunque abbia voglia di ascoltare una storia; traccia attraverso gli oggetti un percorso di conoscenza, il vivere prezioso e intimo.

Lo so, c’è troppa roba qui dentro, – disse. – Ma erano cose dei miei. Mobili di famiglia, e non me la sentivo di buttarli via.

Allora, vengono lucidati, selezionati, persino spediti in luoghi sperduti. La casa è liberata di fresco, ma lì invece nessuno è al sicuro. I suoi protagonisti non lo sono: vengono spogliati di tutte le loro riserve e ambiguità, lasciati a spolverare propri quei mobili in bella vista.
La scrittura dell’autrice canadese è rassicurante al contrario della verità che emerge: descrive quell’attimo che vale una vita intera, dissemina indizi, rimanda lo strappo finale.
Nel Sogno di mia madre, uno tra i miei preferiti se non il preferito in assoluto, la tensione esplode in ogni angolo e giunge intatta fino all’ultima riga, quando abbandona la pagina. L’ho trovato ben costruito, una densità forte di dramma, incomprensioni, ingenuità.
Stipendiata, Bambinate, Lavorare per vivere: ce ne sono molti belli. Forse tutti. Una meraviglia.
Troppa felicità punta la luce sulla vita di Sof’ja Vasil’evna Kovalevskaja, matematica russa. Una storia struggente. Attenzione, ho scritto struggente non melensa. Bambinate, per esempio, conserva quasi lo stesso intreccio emotivo del Sogno di mia madre: il ricordo di un’estate riemerge nella vita ordinata di Marlene.
La Munro definisce i suoi personaggi con pennellate efficaci, ne studia le relazioni interpersonali. La quotidianità e l’esperienza umana si consumano nelle tazze fumanti di caffè, nei sentieri erbosi, sui treni, negli intercapedini delle soffitte. C’è qualcosa che li disarma e li inchioda, come gli occhi di una bambina in attesa di sua madre.
Molti racconti seguono uno schema simile tranne La vista da Castle Rock, la cui costruzione è spiazzante, dissimile rispetto alla struttura classica e che, oltre ad assumere una polifonia di sguardi, la narrazione ha un sapore diverso, quasi a navigare nel timore di scoperta del Nuovo Mondo.
Alice Munro non si risparmia nei dettagli, indugia su qualsiasi aspetto che possa risalutare rilevante per contribuire alla buona riuscita del racconto. Non abbiate fretta di arrivare alla conclusione, non ce n’è motivo. Scava a fondo per riportare alla luce il non-detto, non si vede ma c’è:

Lì sotto era ancora tutto bagnato e pressoché buio, sebbene allungando il collo si vedessero pezzi di cielo sbiancare tra le fronde degli alberi in cima al masso. Quasi tutta la vegetazione era composta di sempreverdi severi e profumati, dai rami pesanti che non favorivano il proliferare del sottobosco – niente intrichi di rovi, sterpi e arbusti come quelli ai quali mi avevano abituata le distese dei latifoglie. L’avevo notato il giorno prima dal finestrino del treno: quello che noi chiamiamo bosco in trasformava in una vera e propria foresta, dalla quale spariva ogni forma di rigoglio, di caos e di mutamento stagionale.

Poi si prende un treno, si viaggia per il Canada, da Toronto a Vancouver, dalle montagne innevate alle isole poco note: questo è il microcosmo della Munro, il resto della società è accennato, entra come un eco lontano nelle storie.
I protagonisti sono diretti alla loro parte di città e al loro angolo di mondo, dove la vita recuperava peso e ogni azione aveva le sue conseguenze.
Qui le eterne presenze domestiche abitano case.
Case mobili.
Mobili di famiglia.

 

Titolo: Mobili di famiglia
Autore: Alice Munro
Editore: Einaudi
Traduttore: Susanna Basso
Pagine: 760
Anno di pubblicazione: 2016
EAN: 9788806230333
Prezzo di copertina/ebook: € 17,00 – € 10,99

2 risposte su “Mobili di famiglia di Alice Munro”

Se vi piace Alice Munro comprate le raccolte Il sogno di mia madre (1998), Nemico, amico, amante… (2001) e In fuga (2004). Con questi tre libri consecutivi Alice Munro ha operato uno scatto nella sua stessa narrativa, i racconti si fanno più complessi. Ne Il sogno di mia madre, ci sono racconti bellissimi ad esempio il primo Una donna di cuore, che a mio avviso è perfino più bello del racconto Il sogno di mia madre, non a caso l’edizione originale (The love a good woman) prende il titolo dal primo racconto, che è il tipico racconto complesso di Alice Munro, lungo 80 pagine, in cui non si afferra dove sta andando la storia fino alle righe finali; finale in cui emerge una delle intuizioni di Alice Munro, ovvero che tra cose vissute e cose immaginate non si riesce a tracciare una linea netta. Tutto è vago nella memoria. Altro racconto molto bello è Le bambine restano, sempre contenuto ne Il sogno di mia madre. Ciao

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *