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Route n.1, viaggio in Islanda

Route n.1, viaggio in Islanda  - interno storie

La Route n.1, la statale che costeggia l’Islanda, isola di fuoco e di ghiaccio ben rappresentata dall’illustrazione di Vikki Chu – Outerspace landscape – sulla copertina di Iperborea, è lunga circa 1300 chilometri.
I due libri in questione, Atlante leggendario e Tutta la solitudine che meritate, che la percorrono preludono al viaggio vero e proprio, a un’esplorazione guidata e, infine, a una proiezione intellettuale nella misura del viaggiatore e del lettore. Una cartografia letteraria e intima che rispettivamente tracciano, in entrambi i casi raccontano una storia.

Atlante leggendario delle strade d’Islanda, a cura di Jòn R. Hjál,arsson e tradotto da Silvia Cosimini, è un viaggio immaginario, come viene definito nella prefazione, lungo i sentieri del folklore islandese, sottolineando il legame intrinseco tra geografia e letteratura.
Ben strutturato al suo interno, segue la bussola – nord, sud, ovest, est (fa subito 883) e centro –, molto utile per districarsi nella grammatica nordica. Per darvi un’idea più puntuale: Le fiabe italiane di Italo Calvino.

Route n.1, viaggio in Islanda - interno storie(2)

Partendo da Reykjavík procedendo verso il settentrione, a Hvalfjörður, il fiordo della balena, un marinaio terrorizza le navi di passaggio; la penisola di Snæfellsnes è teatro di gare in versi con il diavolo, prove di forza e qui Jules Verne, in tutt’altra letteratura, fa partire nel vulcano Snæfellsjökull la spedizione di Viaggio al centro della terra; vicino ai luoghi della Laxdæla saga vivono una comunità del popolo nascosto; presso il Lagarfliót e nella disabitata isola di Málmey ho intravisto figure simili al mostro di Lock Ness e alla vicenda di Orfeo e Euridice, ma decisamente meno cruenta.
Il mare è rifugio, come vulcani, di esseri mettono i bastoni tra le ruote agli islandesi, ai visitatori di passaggio. Katla, il vulcano che ha dato filo da torcere nel 2011 al traffico aereo, la cui attività si crede sia dovuta a una massaia di nome Katla, appunto.
Lungo il percorso, quindi, non è così difficile imbattersi in elfi, troll, stregoni, mostri marini, pecore, persino un’orsa polare: un corollario di figure che hanno infarcito le credenze popolari. C’è un mondo che intercorre tra gli uomini, spesso vittime di incantesimi e cataclismi, e gli esseri magici, senza elusione di colpi, per nulla edulcorato e in cui entra a gamba tesa anche la Storia – la colonizzazione norvegese, la razzia turca, la dominazione danese, la conversione al cristianesimo.
Anche la religione, spogliata del suo carattere più intransigente ha ceduto il passo a superstizione e mitologia norrena. Non mancano reverendi che si calano negli inferi o subiscono malefici.
Una grotta, una cascata, un sentiero hanno scritto nella morfologia quel che è stato del proprio destino. Persino un’isola può rimanere disabitata a causa di una maledizione.
Mai come in questo caso un articolo sistema di leggende e credenze ha fortemente influenzato la toponomastica locale: l’immaginario collettivo per secoli ne è stato sedotto e intimorito. Il pantheon nordico ha forgiato la segnaletica stradale.

Il tono è magico ma tutt’altra cosa rispetto alle fiabe tradizionali, risulta un naturale proseguimento e al tempo stesso dà un’idea originale e quasi più concreta, perché legata alla realtà, del patrimonio culturale. Sembra quasi un modo per proteggersi dal grande freddo e giustificare l’asperità dell’isola funestata da condizioni climatiche non favorevoli, in cui la solitudine la fa da padrona.

Route n.1, viaggio in Islanda - interno storie

Di questo curiosa mappatura tiene conto in qualche modo anche Tutta la solitudine che meritate di Claudio Giunta e corredato dagli scatti di Giovanna Silva, che si rifa a una poesia di Philip Larkin, Wants. Un resoconto di viaggio inusuale, non si presenta come una guida, tant’è che per sua fortuna non è asettica, ma procede per narrazione personale e reportage.
La solitudine di cui il libro tratta ha ben più esplicita nell’appendice che indaga Gente indipendente di Halldór Laxness, Nobel nel 1955 e la cui casa-museo è nella capitale, conferendo quell’aurea di magnificenza che gli americani attribuiscono ai loro romanzi. Bjartur incarna a pieno titolo l’isolamento islandese, l’isola nella sua realtà più sincera, governata da una legge di natura ostinata, anche sociale, che sovrasta persino i sentimenti.

L’Islanda abitata, utile, è una manciata di sassi, il paesaggio nella sua essenzialità assorbe tutto il resto, anche i minuti villaggi spesso ridotti a una sola dimora.
Si viaggia per chilometri e chilometri senza incontrare nessuno, senza il conforto di qualche caseggiato, di una stazione di servizio. Niente. Questa è la vera Islanda, lontana dalla frenesia del momento che la vuole meta turistica concentrata nella fumante Laguna blu e nell’eccentricità artistica di Reykjavík.

Lo sguardo non ha ostacoli, abbraccia una distanza infinita, e in ogni direzione ci sono solo montagne di terra così scura da sembrare blu, e macchie di ghiaccio che resistono ancora al disgelo, e striature di zolfo, e neanche minimo segno di una presenza umana. […] Ma non c’è traccia di spirito, solo materia […].

Certo c’è il mare a dar sollievo, uno dei punti cardinali insieme al vento e all’eterno come sostiene Jón Kalman Stefánsson ma è stratta da cui pare difficile liberarsi.
«I must dell’Islanda stanno tutti serenamente nell’ordine della Natura», una scenografia di luce, d’estate, e vento che plasma i profili. Non una natura rigogliosa, bensì scarna che lascia poco spazio alla selvatichezza. Matrigna. Si troppe dire che muschi e licheni sono gli unici a sopravvivere.
L’immobilità è emblematica del paesaggio che trova corpo in una Storia non certamente soggetta alle vicissitudine umane.
Immobilità è sinonimo di isolamento, appunto. Politica, anche, distante dai grandi disegni di potere; imposta e consapevole, non snob e intellettuale. E sarà che l’eterno di Stefánsson è la solitudine?

Lo scorso anno, più o meno di questo periodo, un arredatore, grande viaggiatore e amante della Scandinavia, mentre disegnava il progetto della mia cucina ha chiosato: «Quando hai visto l’Islanda hai visto tutto».

 

Atlante leggendario delle strade d’Islanda a cura di Jòn R. Hjálmarsson, Iperborea, 2017
Tutta la solitudine che vi meritate. Viaggio in Islanda di Claudio Giunta e Giovanna Silva Quodlibet/Humboldt, 2014

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4 Commenti

  • Reply Ramona

    Complimenti per l’articolo, interessantissimo! Bramo l’Atlante leggendario fin dal giorno della sua uscita ma non conoscevo Tutta la solitudine che meritate! Grazie per questi consigli e complimenti ancora.

    26 luglio 2017 at 07:30
    • Reply Marina Grillo

      Grazie mille.
      La Humboldt non è così conosciuta come l’Iperborea, ma ha un bel catalogo. Sono entrambe dei bei libri.
      Su Instragram ho scoperto questo titolo un po’ di tempo fa e mi è sembrato essere una buona occasione parlarne. Un viaggio reale, fisico e uno nell’immaginario collettivo islandese.
      Buone letture.

      26 luglio 2017 at 08:54
  • Reply Il mondo urla dietro la porta

    Bellissimo pezzo! Non sono esperta di opere nordiche ma qui ci sono un po’ di aspetti che mi interessano (le geografie per esempio). Grazie per il bel lavoro su questi due libri :)

    26 luglio 2017 at 11:17
    • Reply Marina Grillo

      Sono due bei titoli per aspetti diversi accomunati da questo girovagar per le isole. A loro modo possono essere anche delle guide.
      L’Atlante di Iperborea l’ho preferito alle Fiabe islandesi, che peccano un po’ di ripetitività come qualsiasi patrimonio culturale di una nazione anche perché si tratta soprattutto di materiale orale.
      Tutta la solitudine che meritate, a mio avviso, è come un libro di viaggi e cronaca personale dovrebbe essere scritto.
      In ogni caso buone letture.

      26 luglio 2017 at 11:30

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