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Recensioni

Tre libri

Tre libri - interno storie

Ne ho infilati tre in valigia. Tre libri. Esili. Di quelli che occupano poco spazio, che avevo accantonato per tempi più rilassati.
Auster. Cercas. Longo.

 

Dal successo di 4321 mi sono fatta influenzare così tanto da prendere in considerazione Paul Auster. Non mi sentivo di iniziare il tomo in questione e per di più in biblioteca c’è una lista d’attesa di 10 persone, probabilmente con qualche rinuncia riuscirei a leggerlo ad agosto. N’è scaturita una selezione più per titoli che per tematiche: ecco che è venuto fuori Diario d’inverno.
Come classificarlo? Un memoir, un flusso di coscienza? Forse è tante cose insieme.
Il tu generico, chiaro riferimento all’autore stesso, ripercorre la propria vita, in un processo che segue le pure connessioni, svincolato dalla rigidità temporale. I pensieri funzionano così. Possiamo leggere dell’autore bambino e successivamente adulto, in questa mescolanza di quotidianità, esperienza, dramma attraverso il corpo. «Ed è lì che la nostra storia comincia, nel tuo corpo, come nel corpo finirà». Vengono fuori gli acciacchi, i piaceri, le discussioni, segnali dentro e sul corpo. Ma il gioco è ancora più sottile. Scrittura e cammino – un fil rouge di tanta letteratura – procedono in perfetta simbiosi.

È camminare che ti porta le parole, che ti permette d sentire il ritmo delle parole mentre le scrivi nella tua mente. […] Scrivere incomincia nel corpo, è la musica del corpo, e anche se le parole non hanno un significato, possono a volte avere significato, è nella musica delle parole che i significati hanno inizio.

Un corpo ammaccato e vissuto non significa conoscenza: quest’analisi conferma l’estraneità a noi stessi. Per comprenderlo forse è necessario giungere all’inverno della vita, parabola di ciascuno individuo.

Mi piaciuto? Non so. Probabilmente non è stata una scelta azzeccata partire da questo titolo. Una cosa ho definitamente imparato: se ti interessa leggere un libro, anche se è osannatissimo, leggilo altrimenti non ripiegare sulle alternative. L’invenzione della solitudine mi pare un buon modo per non accantonare Auster.

 

Mi sono presa una pausa, proprio sul finire del 2017, dalla narrazione propriamente detta per leggere un libro che avevo meditato da un po’, Il punto cieco di Javier Cercas, una raccolta di saggi e articoli sulla letteratura.
Motivo d’indagine è il romanzo perché è un genere che ha creato scompiglio nella letteratura ufficiale, definito da Cervantes degenerato, che con Don Chiosciotte ha gettato le basi. A lui si aggiungono Borges, Kafka, Melville, Lampedusa e soprattutto Vargas Llosa. È il genere della libertà che permette di mescolare più direzioni, voci. È mutante. L’unico obbligo di un romanzo è ampliare la nostra coscienza.
Cercas parla dei romanzi del punto cieco, la cui espressione si rifa all’anatomia dell’occhio, ipotizzata dal fisico Edme Mariotte nel Seicento: i nostro occhi hanno un punto cieco, non facilmente localizzabile, nella retina privo di recettori per la luce. In entrambi non si trova nel medesimo punto, perciò il cervello supplisce all’occhio che non vede. Anche i romanzi del punto cieco operano così.
Ciascun racconto, degno di essere chiamato tale, muove sempre da una domanda, esige una risposta che non sempre è svelata. Il lettore può dare, può riempire questo vuoto.
Erroneamente esigiamo delle risposte nette, ma quando non caviamo una virgola, probabilmente saremo più confusi il che ci costringe a formulare una domanda più complessa di quella di partenza. La crepa che affiora è l’ambiguità, lo spazio del lettore. E qui si trova il nuovo.
La compiutezza o svelamento totale è obbligatoria per un romanzo? A tal proposito si chiarisce bene la teoria dell’iceberg di Hemingway, il sommerso è superfluo.
Cercas risponde così: «la risposta è la ricerca stessa di una risposta, la domanda stessa, il libro stesso: una risposta essenzialmente ironica, equivoca, ambigua e contraddittoria, l’unico tipo di risposta che possa permettersi un romanzo».
Questo succede alle grandi scritture.

Il libro scorre veloce e senza gli intoppi che ci si potrebbero aspettare dai libri di critica. L’ho trovato un tantino referenziale.

 

Se Il punto cieco è stato l’ultimo libro dell’anno, Dieci di Andrej Longo ha inaugurato il 2018 in tutto e per tutto, l’ho terminato il giorno stesso. Ne ha parlato più volte Celeste di Una stanza tutta per me, tanto da serbarlo per tempi più tranquilli.
Dieci è una raccolta di storie ispirata ai Comandamenti come riferiscono i titoli.
Napoli non è mai menzionata se non in qualche via o piazza, ma trapela in quella lingua parlata di dialetto e italiano, narrata da una voce limpida. È la quotidianità lontana dai luoghi più sfavillanti, intrappolata nei meccanismi di un sistema malavitoso come quasi esclusivo e possibile, un destino ineluttabile. C’è un qualcosa di religioso, di rituale in questi intrecci, di metodico. Da manuale. È così e non può essere altro. Ma non è assimilabile alla rassegnazione.
Longo racconta la delinquenza, la marginalità, una realtà spregiudicata, violentissima, priva di riferimenti istituzionali, ma di accettazione anche quando pare di vedere filtrare la luce. «Qui il mare non si vede», di ortesiana memoria, «ma lo so che sta da qualche parte». È una Gomorra più sottile.
Tre storie su tutte – Non avrai altro dio all’infuori di me, Non commettere atti impuri, Non desiderare la roba d’altri – rivelano tensione, orrore.

È una buona collezione, non bellissima. Manca un guizzo in più.

 

Diario d’inverno di Paul Auster, Einaudi, 2012
Il punto cieco di Cercas, Guanda, 2016
Dieci di Andrej Longo, Adelphi, 2007

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