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Un irlandese in America di Brendan Behan

Un irlandese in America di Brendan Behan - interno storie

«Tu sei un Fbi» ripeté.
«Ascolta, dissi ancora io «ho fatto solo una nuotata con un tale che ho incontrato, tutto qua». Secondo me sei completamente pazzo e alla fine l’Fbi ti querelerà per diffamazione».
«Non sai cosa vuol dire Fbi, vero?» disse lui. «Come ci chiamate?».
«Spalle tonde» risposi io.
«Bene», fece lui «sai come vi chiamiamo noi?».
Scossi la testa.
«Fbi, Foreign-born-Irish, irlandesi nati all’estero».

Così il proprietario del McSorley’s spiega il misterioso quanto originale acronimo con cui ha etichettato Brendan Behan, scrittore irlandese imparentato con i Guinness, quelli della birra, e con il poeta William Yeats.
Così l’America gli dà il benvenuto, aprirà il suo arrivo a New York raccontato nelle pagine Un irlandese in America per i tipi 66thand2nd. Un viaggio fatto anche di disegni, di Paul Hogarth, bianchi e neri dai tratti morbidi e decisi, tanto da farne un carnet pensato a quattro mani.
È nella Grande Mela per portare sulle scene lo spettacolo L’ostaggio, lui che ama definirsi un imbianchino scrittore e non il contrario. Penna e taccuino sempre a disposizione e occhi pieni di meraviglia. Una città pronto ad inghiottirlo da un momento all’altro, un parco gioco in cui gli immigrati sono messi ai margini. Tuttavia, mantiene una parvenza di tolleranza assicurando un luogo di culto e locali notturni in cui piangere le proprie frustrazioni, quando alle donne non era consentito entrare nei bar ed era proibita la vendita di superalcolici. E lo sa Behan che non ha mai abbandonato il vizio del bere nonostante conoscesse i rischi.
Il viaggio in America diventa in primis un’esplorazione dei quartieri più conosciuti – Manhattan, Harlem, Chinatown, Coney Island, Chelsea, Green Village – fino a Staten Island in cui risiedono alcuni suoi parenti e connazionali per imbastire una storia familiare attraverso una corrispondenza, tra chi è riuscito a sopravvivere e chi ha mollato la presa per tornarsene in patria.

Alle giovani generazioni di New York interessa soltanto essere newyorkesi e, se sul piano affettivo mi dispiace vedere gli irlandesi perdere la propria identità, allo stesso tempo penso che stiano contribuendo a dar vita alla città più emozionante al mondo.

L’Irlanda è sempre oggetto di divagazioni, cuore pulsante del suo resoconto, quando ancora la nostalgia non ha preso il sopravvento ma gli consente di ironizzare sui nuovi americani e i vecchi irlandesi. Un aneddoto che mi ha colpita. Durante la guerra, quando in Irlanda il tè scarseggiava, una ragazza che lavorava negli Stati Uniti inviò a casa delle bustine di tè. La madre non sapendo cosa fossero le aveva appese come decorazioni natalizie.
In questo girovagare tortuoso, sali-e-scendi da un quartiere e un altro, si riesce sempre a trovare la strada maestra. Sarcastico, sottile e buon osservatore: si scopre uno scrittore che disquisisce senza pregiudizi di questioni razziali, omosessualità, libertà sessuale. In fondo, «la cosa più importante a questo mondo è avere qualcosa da mangiare, qualcosa da bere e qualcuno da amare». Semplice, no?
Ci sono le ombre di Ernest Hemingway, Dylan Thomas, Arthur Miller, Jack Kerouac che si allungano sui palazzi storici, anche alberghi, istituzioni come il Chelsea Hotel; i pellegrinaggi pieni di devozione nei bar, le tappe lucenti nei numerosi teatri e le incursioni nelle vite degli altri. Altri skyline, altri racconti si confondono nelle notti artificiali restituendo il ritratto autentico di una città sorprendente e sempre in evoluzione. «E credo che chiunque faccia ritorno a casa dopo essere stato a New York trovi la sua patria piuttosto triste».

 

Titolo: Un irlandese in America. La New York di Brendan Behan
Autore: Brendan Behan, Paul Hogarth
Editore: 66than2nd
Traduttore: Riccardo Michelucci
Pagine: 168
Anno di pubblicazione: 2016
EAN: 9788898970353
Prezzo di copertina/ebook: € 20,00 – € 9,99

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