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Verso Betlemme di Joan Didion

Verso Betlemme di Joan Didion - interno storie

Il primo approccio con Joan Didion non è stato dei più felici, Prendila così non mi ha conquistata come avrei creduto, amareggiata per aver perso un’occasione. Spesso la lettura incontra molti ostacoli tra cui l’età acerba.
Lo scorso anno leggevo più o meno di questo periodo New York Stories e lì tra i tanti volti che hanno scritto della Grande Mela, incorro in Bei tempi addio proprio di Joan Didion, segno il titolo e
con l’intenzione di recuperare il libro. Sono passati mesi da allora, mi sono ricordata di quella precedente delusione.

Verso Betlemme – per i tipi Il Saggiatore – è una raccolta di articoli per su varie testate giornalistiche tra il 1961 e il 1968 che hanno il sapore del reportage, del saggio, delle memorie personali: i contorni si sono sfocati, è difficile stabilire una linea di demarcazione netta.
C’è un’America così lontana dal Sogno, di una dedizione verso la felicità come etica del consumo, le Illusioni evaporate verso l’alto come il sole sull’asfalto bollente; l’industria cinematografica in declino simboleggiata dalla malattia e dalla fatica di John Wayne di recitare sul set del suo centosettantacinquesimo film, I quattro figli di Katie Elder; il guadagno di un Paradiso che ha seppellito sotto i piedi la Storia; la rivoluzione giovanile sfociata in frustrazione egoistica; la California immaginata e improvvisata, laddove «il futuro sembra sempre roseo nella terra dorata, perché nessuno si ricorda del passato».

Pare che sulla costa occidentale la lente di ingrandimento si soffermi con maggiore insistenza, perché New York è veloce e non bada all’altra America. Ma poi piantato contro il muro, in una stanza di passaggio, una mappa di Sacramento ricorda l’inizio di tutto.
Come a Betlemme.
Un pensiero ricorrente.

Verso Betlemme è uno di quei libri che il lettore ricorda, perché tratta delle «cose che perdiamo e le promesse cui veniamo meno crescendo».
Attraverso il ritratto di questa America in qualche modo filtra sempre un fascio di luce di se stessi, dal macro al micro, o meglio, dal micro all’infinitesimale. Le storie sono quelle di provincia, Pubblico e privato si compenetrano senza facilmente intuire dove inizia uno e finisce l’altro, ma ogni segno è motivo di indagine individuale e collettiva, colto persino in un brevissimo soggiorno in Messico.

In copertina una giovane Joan Didion discosta lo sguardo dall’obiettivo mentre la piccola folla dietro si accorge di chi sta scattando la foto. Mi pare di ravvisare una certo modo di operare, un’apparente insicurezza, quasi rapita da un dettaglio invisibile ai più.

Immagino sia una forma di virtuosa parsimonia preservare tutto ciò che si è osservato. Guarda bene e annota, mi dico, e poi una mattina in cui il mondo sembrerà privo di meraviglia, un giorno in cui, con gesti meccanici farò tutto quel che devo fare – cioè scrivere – quella mattina fallimentare aprirò semplicemente il mio taccuino e sarà tutto lì, un conto dimenticato con gli interessi accumulati, un biglietto di ritorno pagato per il mondo là fuori.

Leggo quel taccuino con meticolosità, trovo una lezione di giornalismo, di forma soprattutto anche quando si tratta di (d)osare termini quali «il Pacifico glassato dal sole pomeridiano al largo di Big Sur», «il sole macula i vasti prati».
È una scrittura generosa, come atto d’amore verso se stessi:

Scrivo esclusivamente per comprendere cosa sto pensando, cosa sto cercando, cosa vedo e cosa significa per me.
[…]
Scrivere è dire io in molte forme, un atto in cui ci si impone agli altri, un modo per dire ascoltatemi, vedetela a modo mio, cambiate idea. È un atto aggressivo, ostile persino.

Ecco perché Joan Didion corre incontro a quelle storie di frontiera, negli angoli di una casa, nelle acque cristalline. C’è un mistero che muove gli individui, a non spegnere le parole, ad acchiapparle con prepotenza e a spingerle verso chi è capace di narrarle:

Lasciate che vi dica com’è qui fuori stanotte. Le storie viaggiano di notte sul deserto. Qualcuno monta sul suo pick-up e si fa trecento chilometri per una birra, e porta le notizie di quello che sta succedendo, là da dove è arrivato. Poi si fa altri centocinquanta chilometri per un’altra birra, e racconta le storie dell’ultimo posto, e anche di quello prima; è un network tenuto vivo da persone il cui istinto dice loro che se non continuano a muoversi di notte nel deserto, perderanno la ragione.

Titolo: Verso Betlemme
Autore: Joan Didion
Editore: Il Saggiatore
Traduttore: Delfina Vezzoli
Pagine: 204
Anno di pubblicazione: 2008
Prezzo di copertina/ebook: 15,00 – 6,99

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