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Recensioni

Spaesamenti, viaggi in Giappone

Viaggi in Giappone - interno storie

Nel mio immaginario il Giappone si riduce ai cartoni degli anni ‘80-’90 – Marrabbio, Mimì, cugina della ben più famosa Mila e una pioggia di fiori di ciliegio -, alla cerimonia del tè e a qualche film. Troppo poco per conoscere un paese. Ai tempi dell’università, prima che negli ultimi anni scoppiassero la mania e il turismo nipponico, sognavo di andarci. Poi è passato l’incanto. Si cambia. Si sposano altri interessi.

Senza alcun calcolo mi trovo a leggere del Giappone.
Tre letture: un fumetto, un raccolta di saggi e una di storie.
Tre sguardi: due occidentali e uno orientale.
Tre è la perfezione, l’ideale massimo a cui certe culture possono ambire.

Quando Igort arriva a Tōkyō , nel 1994, alla Kodansha, storica casa editrice di manga non sa che il suo legame con il Sol Levante sarà ben più viscerale di quanto creda.
Quaderni giapponesi (Coconino Press) nasce proprio in questo continuo rinnovarsi di un’esplorazione, di un esercizio personale che subisce prepotentemente il fascino orientale. È, a mio avviso, un carnet di viaggio prima ancora che un graphic novel. Il resoconto del soggiorno è frammentario, intervallato da continue incursioni nella cultura nipponica che arricchiscono le impressioni, combinando quotidianità, biografie, antropologia; i fili della narrazione sembrano dipanarsi all’infinito per assecondare la curiosità del lettore. Le porte aperte sono molte, tanto che lo stesso autore non tralascia di citare le fonti dei suoi studi, dai maestri dell’animazione, al disegno, al cinema. Su tutti l’incontro con Hayao Miyazaki.
E mentre Igort si adatta ai microscopici appartamenti, quasi dei loculi, si misura con un processo di produzione – anche questo si tratta, non solo di arte del disegno – molto vicino a quelli industriali per un pubblico sempre vorace, vedrà animarsi Yuri, protagonista dei suoi lavori, pagina dopo pagina ritrae la società degli opposti, delle contraddizioni.
La sorpresa e l’incontro con una cultura così complessa e stratificata, in cui ogni gesto e concetto hanno un significato profondo, gli permettono di avvicinarsi – termine più appropriato – a piccoli passi all’Impero del Sole attraverso le cronache drammatiche di Mishima e Abe Sada, i samurai e le geisha.
«Tōkyō è ancora una città sospesa», forse sempre, tra l’antico e il moderno, il cui mistero si rinnova continuamente. È impossibile acciuffarla in pochi attimi.

Viaggi in Giappone - interno storie

Anche Cees Nooteboom conosce bene quel mistero difficile da decifrare, tema imperante in Cerchi infiniti (Iperborea).
Altri occhi europei riformulano quella passione chiamata Giappone. Perché di passione si tratta, tra delusione e picchi di gratitudine.
A primo viaggio del 1977, seguiranno altri, alcuni dei quali anche in Europa, cioè i lavori o articoli per due mostre allestite a Parigi e a Londra, rispettivamente di Hokusai e Nyogo, saranno un’ulteriore declinazione della conoscenza del Giappone, i cui riferimenti sono da ricercarsi nel cinema e nella letteratura quali Kawabata, Hurakami, Tanizaki, Murasaki Shikibu – autrice della Storia di Genji –, Sei Shōnagon.

«In che cosa consiste l’immagine di un paese?», una questione – se non la questione – che viene sollevata fin dal principio di questo libro e che accomuna ogni partenza. Bisogna abbandonare i cliché, i pregiudizi, l’esotismo e i metri di paragone che ci fanno avvicinare una realtà attraverso il noto.

Nei viaggi in paesi lontani c’è sempre inevitabilmente un secondo arrivo, quello vero. Il primo arrivo allora non conta già più – appartiene a ciò che adesso non vuoi più essere, ciò che ti sei voluto lasciare alle spalle in quell’altro continente ma che ti è rimasto appiccicato addosso in aereo, sul taxi che ti porta all’hotel, e ha continuato a starti tra i piedi mentre eri diretto verso l’istante sognato in cui il viaggiatore coincide con l’immagine del suo desiderio intimo, quello per cui si è messo in viaggio.

Così scrive nel capitolo Cerchi infiniti che darà titolo al volume. E quell’immagine sarà univoca e personale, tale rimarrà.
Il Giappone non ha nulla a che fare con le giapponeserie, il districarsi tra ikebana, ideogrammi, futon, bunraku, ceramiche raku, ma con il dialogo fecondo tra oggetti reali e un passato come trama rarefatta, una vicinanza sconosciuta persino ai giapponesi contemporanei.
E dunque Nooteboom percepisce la distanza culturale, soffre l’invisibilità nei rituali di circostanza in albergo o l’ostilità di una lingua ritenuta incorruttibile dallo straniero, non si tratta di perdersi nella traduzione – lost in translation – ma «occorre molta esegesi».
Esiste un galateo dei sentimenti, un codice dei segni indecifrabili, una visione estetica dell’arte: in quel paesaggio di montagna e acqua, definito come confessione, scivolano il mondo antico delle campagne, l’assordante Tōkyō, la bellezza perfetta di Kyoto nei suoi giardini e templi, ben rappresentato alle pagine 60-61 di Quaderni giapponesi, per cromie e tratto si respira, nelle figure degli alberi secolari, nella sequenza dilatata e silente. «Forme deformate, verità sfilacciate, qualcosa che è esistito e non c’è più ma c’è ancora» non nello spazio ma nell’esclusività del tempo.

Viaggi in Giappone - interno storie
Quel segreto incomprensibile di cui parlano, appunto, i primi due autori ha un suo riscontro formale nel racconto I tempi antichi di Natsume Sōseki, contenuto in Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera che Lindau ha portato recentemente sugli scaffali della libreria, in un’edizione che ha il pregio di mantenere intatta la terminologia originale.
Ambientato a Pitlochry, in Scozia, sotto lo sguardo di ottobre il bosco si tinge di una tonalità rossastra, una patina che lo fa ritornare a 200 anni addietro. Anche le nuvole, pur intente nel gioco della composizione e scomposizione, appartengono al tempo. Il kilt indossato dal padrone di casa, presso il quale la voce narrante alloggia, gli ricorda un andon-bakama (gonna pantalone senza cavallo in mezzo) e gli abeti sembrano dei kizamikombu (alghe essiccate e tagliati a pezzi). Ma quel fiume nero di torba che porta a Killiecrankie, scorre ancora la battaglia tra Highlanders e Lowlanders, ha bevuto il sangue dei combattenti. Ci sono i segni di un conflitto che forse una mente meno predisposta faticherebbe a riscontrare, i petali di rosa emergono come tracce dal passato e suggellano un patto inviolabile anche a una latitudine diversa.
Ciò che gli altri autori intendono, paradossalmente Sōseki lo trova lontano da casa, quel che è «immerso sotto la superficie dell’acqua», una corrispondenza millenaria tra antico e moderno. E che forse uno scrittore come lui è in grado di cogliere perché già proteso a quel sentire.
Tuttavia non manca di ridurre l’ignoto al noto, il disorientamento è tangibile in buona parte delle cronache fuori dai confini giapponesi. Sōseki ha soggiornato a lungo in Inghilterra per conto del Ministero dell’Educazione, nell’epoca Meiji, durante il quale avrebbe dovuto svolgere ricerche sulla lingua inglese, ma è stato un periodo poco proficuo come testimoniano alcuni racconti.
«Ho la netta sensazione che lì non ci sia ciò che dovrebbe esserci, e quel vuoto è così gelato da essere pungente», scrive così nella Nebbia, un sentimento che trova riscontro persino nei lineamenti e gestualità di quanti frequenta e che non sono riconducibili al suo mondo. Un concetto meglio espresso nel Professor Craig: «io non riesco a capire assolutamente le poesie occidentali, se prima non mi servo degli occhi per leggerle e poi le ascolto con le orecchie».
L’arte dell’osservazione ha un’importanza notevole, tanto che la quotidianità, i legami familiari e con gli allievi, le luci e le ombre sono un infittirsi di dettagli minuti, puntuali nel desiderio che una giornata meravigliosa non finisca mai, come recita il titolo originale Eijitsu Shōhin:

Mentre fisso il punto in cui batte il sole, una sensazione di primavera mi riempie dolcemente il cuore, come se davanti ai miei occhi una leggera onda di vapore si levasse dalla terra nel tepore del sole primaverile.

La sua vita privata è piuttosto tormentata, trova nella scrittura un rifugio: «il me di un tempo è diventato un romanziere». Così il nipponico Natsume Sōseki si addentra nel cuore delle cose, per dirla con il titolo di un suo romanzo, per trovare la materia, all’alba della nascita economica del Sol Lavante, di cui Igort e Nooteboom parlano, ancora increduli, a catalogare quella terra come proiezione mentale.
«Vado a vedere se il Giappone esiste davvero».

Quaderni giapponesi. Un viaggio nell’impero dei segni di Igort, Coconino Press, 2015
Cerchi infiniti. Viaggi in Giappone di Cees Nooteboom, Iperborea, 2017
Piccoli racconti di un’infinita giornata di primavera di Natsume Sōseki , Lindau, 2017

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2 Commenti

  • Reply Michela

    Non ho mai approfondito la letteratura giapponese, grazie per le tue riflessioni.

    11 maggio 2017 at 18:27
    • Reply Marina Grillo

      Neanche io più di qualche sporadica lettura. Ho letto qualcosa di cultura giapponese come Nel Giappone delle donne di Antonietta Pastore e Lo zen e la cerimonia del tè di Kakuzo Okakura, quest’ultimo sparito per anni dagli scaffali delle librerie, l’ho trovato in edizioni SE. Feltrinelli l’ha riproposto nel suo catalogo. Comunque rimango affezionata alla copertina nera ed elegante di SE.

      12 maggio 2017 at 11:35

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