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Dicesi paesaggio

Dicesi paesaggio - interno storie

paeṡàggio s. m. [der. di paese, sul modello del fr. Paysage]. – 1. Veduta, panorama; parte di territorio che si abbraccia con lo sguardo da un punto determinato: un p. pittoresco, incantevole, ridente, melanconico; p. campestre, montuoso, marino; p. invernale; ammirare il p.; dalla finestra si vede un bellissimo paesaggio. Con riferimento a panorami caratteristici per le loro bellezze naturali, o a località di particolare interesse storico e artistico, ma anche, più in generale, a tutto il complesso dei beni naturali che sono parte fondamentale dell’ambiente ecologico da difendere e conservare. […] 2. P. geografico, il complesso degli elementi che costituiscono i tratti fisionomici di una certa parte della superficie terrestre; si può considerare come la sintesi astratta dei paesaggi visibili, in quanto rileva di essi soltanto i caratteri che presentano le più frequenti ripetizioni sopra uno spazio più o meno grande, superiore in ogni caso a quello compreso da un unico orizzonte: p. carsico, glaciale, desertico, se gli elementi caratterizzanti prescelti sono quelli fisici del suolo; p. forestale, steppico, in base a elementi fitogeografici; p. a risaie, minerario, portuale, in base a elementi antropici. […]

( Treccani)

In collaborazione con il FAI – Fondo ambiente italiano – promotore di turismo culturale e del ripristino dei beni architettonici e naturalistici –, uno dei temi del Maggio dei libri è il paesaggio appunto che rientra a pieno titolo nelle rotte del viaggiatore e del curioso.
Ultimamente si sta discute molto di nature writing, il paesaggio naturale nella sua rappresentazione letteraria. Questo genere ha mosso i grandi viaggi di Chatwin e di tanti altri esploratori, in fin dei conti è sempre esistito solo che nessuno aveva mai pensato di etichettarlo. E sono sempre i soliti inglesi.
Senza far troppo rumore Cassola e sopratutto Pavese ne hanno fatto voce sublime della loro poetica. Sono i primi due nomi che mi vengono in mente se vogliamo rimanere a casa nostra, ma si possono ricordare le sorelle Brontë e Thomas Hardy, si annoverano a tale categoria anche i più contemporanei reportage, di asfalto e cemento delle metropoli e racconti estremi che illustrano una natura selvatica e poco consolatoria. Il resoconto, declinato in prospettive differenti, si divincola con agilità tra fiction e non-fiction.

Il concetto primigenio di paesaggio muove verso colline sinuose, acque cristalline, vedute a perdifiato ma la modernità include città rarefatte, boschi verticali, labirinti immaginari e vegetali, borghi invisibili tra simmetrie spontanee e geometrie progettate. Si distingue la selvatichezza dominante dall’antropizzazione, in cui l’uomo si è inserito prepotentemente nei meccanismi naturali usurpandoli o meno, addomesticandolo al proprio volere fino a caratterizzarlo o tramortirlo.

Quinto Anfossi raggiunge con il treno la riviera ligure in un subbuglio di memoria – «il muro, il fico, la noria, le canne, la scogliera» – per riprendere «contatto col suo paese», ma qualcosa interrompe le sue divagazioni, un fastidio appunto. Lungo il tragitto nota come la costa sia stata vittima di un’importante speculazione edilizia. Di malattia si tratta. «Adesso ti faccio vedere le novità».

Però ogni volta c’era qualcosa che gli interrompeva il piacere di quest’esercizio e lo faceva tornare alle righe del libro, un fastidio che non sapeva bene neanche lui. Erano le case: tutti questi nuovi fabbricati che tiravano su, casamenti cittadini di sei otto piani, a biancheggiare massicci come barriere di rincalzo al franante digradare della costa, affacciando più finestre e balconi che potevano verso mare.

Alla lentezza dei Grand Tour ottocenteschi si sostituisce il viaggio mordi-e-fuggi. Siamo uomini senza tempo la cui idea di paesaggio si consuma spesso dietro i vetri delle automobili, dei treni e nelle cartoline virtuali, appiattendo così il bagaglio personale. Eppure quando si entra nello spazio circoscritto della natura i sensi si amplificano, quell’esperienza ci ammalia, ci disarma. Troviamo altro in un infinito registro di possibilità e ricchezza.

C’è una ragione perché sono tornato in questo paese, qui e non invece a Canelli, a Barbaresco o in Alba. Qui non ci sono nato, è quasi certo; dove son nato non lo so; non c’è da queste parti una casa ne un pezzo di terra ne delle ossa ch’io possa dire “Ecco cos’ero prima di nascere”. Non so se vengo dalla collina o dalla valle, dai boschi o da una casa di balconi. La ragazza che mi ha lasciato sugli scalini del duomo di Alba, magari non veniva neanche dalla campagna, magari era la figlia dei padroni di un palazzo, oppure mi ci hanno portato in un cavagno da vendemmia due povere donne da Monticello, da Neive o perché no da Cravanzana. Chi può dire di che carne sono fatto? Ho girato abbastanza il mondo da sapere che tutte le carni sono buone e si equivalgono, ma è per questo che uno si stanca e cerca di mettere radici, di farsi terra e paese, perché la sua carne valga e duri qualcosa di più che un comune giro di stagione.

Di farsi terra e paese, scrive Pavese nella Luna e i falò, in una mescolanza di sentire e materia che percepisce il «paesaggio trasformato da un particolare stato mentale», una geografia sentimentale e naturalistica nell’incontrollabile disegno altrui.

Non è solo questione di luci, ma anche di ombre. Corrispondenze tra presenze e passato, in un dialogo spesso inspiegabile ma fecondo. Che poi sono luoghi a tutto tondo o angoli che riempiamo con le nostre memorie e dubbi, tornaci anche solo con la mente significa davvero ripercorrerli. Per tale motivo la percezione si fa intima, distinta.

«Il paesaggio della mia infanzia non è stato la terra ma la fine della terra: le mobili colline fredde e salate dell’Atlantico. A volte penso che l’immagine del mare sia la cosa più netta e sicura che possiedo» mi ritrovo in questa citazione di Silvya Plath tratta da Ocean 1212-W, racconto a puntate per una trasmissione radiofonica.
Continuo a cercare il mio posto nel mondo, non ci sono ancora riuscita Penso a Umberto Saba, al suo caro luogo. Una delle poche cose che mi tiene legata alla mia terra è un angolo di mare, a cui si arriva a piedi, lontano dai comodi movimenti estivi. Tra le tante distese azzurre in cui ho nuotato, è solo lì che respiro aria densa di sale. È un incanto che necessita di silenzio e per pochi frangenti dimentico la razionalità con cui misuro il contesto intorno, la giusta distanza per citare Mazzacurati. È un microcosmo che continuo a replicare in lontananza, riuscendovi con scarsi risultati. È una questione di equilibri.

La luce non fa bene solo al panorama, per parafrasare un verso degli Ex Otago, ma anche all’anima.

Una personale selezione per piccoli* e grandi lettori:

 

  • Pietre, piume e insetti a cura di Matteo Sturani (Einaudi) come corredo che contrassegna il paesaggio: i racconti dei grandi autori indaffarati nei ritmi stagionali.

 

  • La signora degli abissi di Chiara Carminati (Editoriale Scienza)*: le imprese di Sylvia Earle nel mondo sommerso, colorato e molto suggestivo.

 

  • Un classico di sempre, Madame Bovary di Gustave Flaubert in cui la campagna di Rouen affiora nel dramma di Emma.

 

  • Il gusto di esplorare l’Oltrepò mantovano (Corraini): libro nato, se non erro, dal precedente laboratorio Disegnare l’Olrepò, seziona i percorsi culturali, naturalistici e culinari della zona come fosse una pratica guida.

 

  • Giardini urbani: Gli orti degli altri di Biagio Biagini (Edizioni Corsare)* un’incursione nella pratica dell’orto, anche cittadino, a suon di musica – ne parlerò a breve -; Le piante senza nome di Beatrice Masini (Carthusia Edizioni)* storie che vengono dall’Africa e che germogliano in nuovi spazi verdi.

 

  • Ancora centri abitati. Città blu Città gialla di Ljerka Rebrovic, Ivana Pipal (Terre di mezzo)* per disegnare nuovi ponti e legami superando confini e differenze.

 

  • L’italia è un bosco di Tiziano Fratus (Laterza): una mappatura del nostro patrimonio verde. Da conoscere. Da proteggere.  A proposito di alberi esce tra pochi giorni, il 25 maggio, Abbracciare gli alberi di Giuseppe Barbera per Il Saggiatore.

 

  • Ripensando all’idea di paesaggio, teorie e studi. Paesaggi contaminati di Martin Pollack (Keller) in cui la Storia ha nascosto la sua impronta dietro vedute idilliache e bucoliche. Filosofia del paesaggio di Paolo D’Angelo a cui si può unire la lettura di Gilles Clément sempre della stessa casa editrice Quodlibet: manifesti di pensiero. Infine il mio preferito, una bella premessa a Pollack ma con una forte connotazione lirica, Microcosmi di Claudio Magris (Garzanti).

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