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Le cure domestiche di Marilynne Robinson

Tempo, aria e luce portarono ondate e ondate di trauma, finché tutto il trauma non si esaurì, e tempo e spazio e luce ridivennero immobili e nulla parve più tremare, e nulla parve più piegarsi. Il disastro era svanito nel nulla, come il treno stesso, e se la calma che lo seguì non fu più grande della calma che l’aveva preceduto, l’impressione fu comunque quella. E la normalità si ricompose senza alcuna cicatrice come un’immagine dell’acqua.

A lettura conclusa l’acqua continua a fluire tra le trame di questa storia, determina il destino di una famiglia, testimone quieta di drastici cambiamenti.
Di un lago si tratta, che bagna le rive di un’inanimata cittadina americana, in cui ci finiscono, accidentalmente e non, un nonno e una madre. Eppure nelle Cure domestiche (Einuadi) si ricompone intorno a un alternarsi di sollievo e perdita, la superficie di seta acuisce il senso di solitudine dei personaggi. Una luce diafana illumina il lago, impallidisce chi si avvicina, figure vaganti cercano un tono di voce: solo la parola è un’ancora attraccata al fondale.
Marilynne Robinson ha una scrittura unica, impregna di qualità la materia; la lingua – nelle coppie di aggettivi, nelle ripetizioni – dà corpo al racconto.

Ruth e Lucille vengono scaricate sull’uscio di casa della nonna prima che la madre decida di suicidarsi. Dalla città finiscono a Fingerbone, cittadina sospesa tra l’est e l’ovest, fuori da ogni memoria, spettrale. Ossuta come recita la toponomastica.

Fingerbone non era mai stata una bella cittadina. Era afflitta da un paesaggio fuori misura e da un clima stravagante, e afflitta soprattutto dalla consapevolezza che tutta la storia umana si era svolta altrove.

Qui le due bambine, prima, e ragazze, poi, tentano di riprendere la normalità nonostante la nonna si trincera dietro dinamiche poche affettuose, atte a replicare i meccanismi che hanno reso la sua casa vuota.
Alla sua morte viene chiamata in causa Sylvie, la figlia minore, alla quale sono affidate le due bambine. «Fin dai primi giorni Sylvie cominciò a prestare le sue cure», ma lo fa indossando sempre il cappotto e i suoi aneddoti hanno a che fare con treni e autobus. Pare sempre sul punto di partire, tanto che Ruth e Lucille temono di essere abbandonate. Ancora una volta.

La storia si addensa intorno agli oggetti, il filtro attraverso il quale trapassa, si ammassano le foglie agli angoli e l’aria riempie gli spazi e le mancanze.
Attraverso la voce di Ruth, Sylvie diventa la protagonista del racconto: una figura fuori dagli schemi, nomade di pensiero e gestualità.

Sylvie parlava moltissimo di cure domestiche. Mise a mollo per settimane tutti gli strofinacci, in una vasca piena d’acqua e candeggiante. Svuotò le credenze e le lasciò aperte a prendere aria, e una volta lavò metà del soffitto di cucina e una porta. Sylvie credeva nei solventi forti e soprattutto nell’aria. Era per amore dell’aria che apriva porte e finestre, benché fosse probabilmente per dimenticanza che poi le lasciava aperte. Fu per amore dell’aria che in una giornata precocemente splendida trascinò con fatica il divano letto color prugna di mia nonna nel giardino davanti a casa, dove lo lasciò finché non sbiadì in un rosa pallido.

Lucille odia quella quotidianità disordinata e precaria, mette in discussione quella parte di esistenza, non giustifica più i comportamenti della zia e incalza la sorella; intuisce che per corrispondere ai dettami della società deve migliorarsi, spogliarsi di quell’immagine imbarazzante che gli abitanti le hanno cucito addosso.
Sylvie continua impartire le sue “correzioni” a un unico spettatore, solo Ruth sembra recepirle, destinata a diventare la sua ombra.

 

Titolo: Le cure domestiche
Autore: Marilynne Robinson
Editore: Einaudi
Traduttore: Delfina Vezzoli
Pagine: 200
Anno di pubblicazione: 2016
EAN: 9788806180034
Prezzo di copertina/ebook: € 18,50 – € 9,99

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