È una connessione di parole da custodire, un bagliore tiepido che tinge di rosa il cielo, un richiamo a un piccolo pezzetto della propria esistenza. C’è una macchia nostalgica che provo quando mi manca il mare, un’idea nuova rispetto all’adolescenza, che riguarda l’immensità silenziosa e i quadri naturali. Forse comprendo quanto Le otto montagne di Paolo Cognetti (Einaudi) voglia trasmettere per tentare di acquisire una cittadinanza affettiva tracciata inavvertitamente nel passato. Ha il sapore zuccherino dell’avventura narrata nei libri per ragazzi, l’amaro della vita adulta e l’agrodolce dei grovigli del destino.
