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Fuori dai libri

Una questione privata

«La bocca socchiusa, le braccia abbandonate lungo i fianchi, Milton guardava la villa di Fulvia, solitaria che degradava sulla città di Alba».
Lo sguardo sperso, il cuore latitante, la nostalgia. Si apre così Una questione privata per la regia di Paolo Taviani, con Luca Marinelli, Valentina Bellè e Lorenzo Richelmy nel ruolo dei protagonisti – Milton, Fulvia e Giorgio – , che mette in scena l’omonimo romanzo di Beppe Fenoglio, pubblicato postumo nel 1963.
La villa è un archivio di memorie e promesse, rivederla nel pericolo di essere sorpreso da un’imboscata fascista ha una forte connotazione vitale. Come il gingko biloba sotto il quale Milton si trova a srotolare quell’archivio con la custode della villa.
Intorno la nebbia, densa, che accompagna Milton in questo percorso infernale alla ricerca di risposte ai suoi dubbi.
Sarà la custode a innescare il dramma della gelosia, accennando alle fughe notturne dei due ragazzi, dopo la sua partenza per arruolarsi con i partigiani. Nel frattempo Fulvia è tornata a Torino, Giorgio è nelle grinfie degli scarafaggi neri.

Ho letto molte critiche prima di andare al cinema e forse mi hanno preclusa la visione nella sua interezza. Sommariamente sapevo già cosa andavo a vedere, ho letto il libro di Fenoglio circa cinque anni fa, ho ricordi vividi riguardo il racconto ma dettagli sfumati. Anche per questo motivo non si sembra il caso di fare un parallelo con lo scritto. Poi in apertura del film campeggia la dicitura “liberamente ispirato” alla storia di Fenoglio che potrebbe metterle a tacere.
Il paesaggio collinare delle Langhe si fa montano, aspro e difficoltoso; il vento ulula, la nebbia si insinua ovunque e ne determina il presente, alternandosi ai ricordi più luminosi.
È la ventottesima volta che Fulvia mette il disco Over the rainbow, le pare bellissimo, mentre lo ascolta nei giorni dopo lo sfollamento da Torino. È l’estate del ‘43.
Milton, un dio in inglese – Giorgio lo presenta in questi termini alla ragazza – è impegnato nella traduzione di Wuthering heights, e le propone la sua versione. Si intreccia così un legame intellettuale attraverso le pagine di Emily Brontë, fino a farsi beffa, una corrispondenza crudele e tacita.
Milton è considerato brutto, introverso, Giorgio è il più intraprendente, il bello – per i suoi amici partigiani è quello del borotalco prima di andare a dormire. Ma entrambi innamorati di Fulvia.
I pomeriggi d’estate si riempiono di musica, allusioni e segreti.
Forse Milton non si è fatto osservatore attento, non ha colto i segni, ha preferito piegarsi a una verità più consona al suo modo di essere e, ora quel disorientamento lo fa piombare in uno stato ossessivo, febbricitante: è pronto a tutto per per salvare Giorgio e conoscere i sentimenti certi di Fulvia.
Ci sono due inquadrature, bellissime, su Milton che raccontano moltissimo di lui: quando solleva gli occhi verso l’albero sul quale si arrampica la ragazza; esausto dalla folle corsa, dietro si stagliano i profili delle montagne.

La Storia c’è, a mio avviso e a differenza di quanto è stato scritto: sicuramente non procederà in simbiosi con gli affanni di Milton come accade nelle righe dell’autore piemontese, retrocede di un passo, ma non per questo vengono meno gli ideali della Resistenza. La tensione, seppur non altissima, è nei boschi, nei casolari abbondati, nelle improvvise rappresaglie.L’inquietudine del conflitto è ben rappresentata dal delirio del “jazzista”, nelle connivenze con quelle forze brute, nella perdita dell’innocenza, nel mare lugubre e amatissimo di Fulvia, nella follia omicida che spazza ritratti di famiglia, in quella bambina accanto alla madre. Tenete a mente quella bambina.
La straordinarietà degli eventi si ripercuote nelle piccole vite, le strappa dalla normalità. La camera segue Milton nel suo tormentato viaggio interiore: a causa della guerra, che tiene lontana Fulvia dalla villa e i due ragazzi nelle file partigiane, fa sì che quella vicenda non sia più solo una questione privata.

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