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Playlist di marzo, ritratti di donne

Playlist di marzo, ritratti di donne - interno storie

Marzo è il mese della forsizia che quest’anno è sbocciata in ritardo rispetto al solito. Ma è anche il mese in cui ho volutamente dedicato alle letture femminile, non per celebrare alcun anniversario, ma per farle coincidere con la primavera (che tarda ad arrivare), con la rinascita di scritture e ritratti. In qualche modo ciascun libro tratteggia un volto di donna, la vede protagonista o anche solo voce narrante.
Ho recuperato due libri che l’anno scorso non ero riuscita a leggere, con uno dei quali non è andata proprio bene.
Anche il cinema di tinge di rosa (lo uso per convenzione, non è il mio colore preferito né lo penso come femminile) con due film che mettono in campo volti quasi esclusivamente di donne.

 

I libri

L’età felice di Sigrid Undset, Iperborea, 1998

Nella sua doppia veste di romanzo e racconti ambientati a Cristiana, l’attuale Oslo, due giovani donne, Uni, che è la protagonista, e l’amica Charlotte coltivano aspirazioni di felicità – la prima vorrebbe dedicarsi al teatro, la seconda alla scrittura – , ambizioni di un’età spensierata, appunto, quella dei vent’anni, che sono velleità agli occhi dei loro cari più pragmatici.
Dovranno fare i conti con le loro origini, di estrazioni modeste, ma anche con il comune sentire che le vuole mogli e madri, e in alcuni casi lavoratrici con i piedi per terra.
Traspare in più punti della storia quel che è esplicito in questa conversazione tra Uni e il suo fidanzato:

«Non intendo sposarmi se non sono in grado di mantenerti, affinché tu non sia costretta a lavorare. In questo modo, naturalmente potresti fare quello che vuoi».
«Che voglio – dici sempre che posso fare quello che voglio. Quando si arriva al dunque, vuoi che faccia quello che vuoi tu».

Prima scrittrice norvegese a vincere il Premio Nobel per la letteratura nel 1928, come chiarisce nella prefazione Pierina Marocco, «dietro l’illusione di combattere l’oppressione maschile, vi sarebbe in realtà “un tentativo servile di uniformarsi al modo di vedere l’uomo”, invece di rivendicare l’originalità della concezione della vita della donna», Sigrid Undset, fiera sostenitrice dell’indipendenza personale non era femminista.

 

L’isola riflessa di Fabrizia Ramondino, Einaudi, 1988

Si apre con un focus su una piazza d’Italia, squadrata, circondata da case a due piani e da un forte da diverse gradazioni di giallo, segno di tanti ritenteggi negli anni. Poi Fabrizia Ramondino ci dice che siamo al Sud, perché il palmizio che si erge è simbolo nostalgico ed esotico proprio di queste latitudini; infine inquadra il monumento ai caduti di epoca fascista, anno XI, come recita. Siamo in piazza De Chirico. Chi l’ha riconosciuta da questi dettagli non ha bisogna di vederla menzionata diverse pagine avanti: è Ventotene, fustigata dal vento e dalla Storia.
Il ritratto di questa porzione di terra, nei luoghi più segreti e selvatici, segue il soggiorno dell’autrice, durante cui si consuma il tentativo di conforto dalla depressione. Su quest’isola che, guarda verso Ischia, amplifica la sensazione di prigionia, è stata terra di conquista, migrazione, confino per Agrippina, Ottavia, Sandro Pertini, Altiero Spinelli, Eugenio Colorni, Ernesto Rossi.
Ma con l’incedere dei cambiamenti, lo sgrovigliarsi degli intrecci della Storia il turismo di massa ha preso il sopravvento su tutto. Vuota d’inverno. Vuota d’estate. La diffidenza tra villeggianti e isolani è la medesima tra carcerati e isolani di un tempo.
È un’isola capovolta, riflessa appunto.

 

Frida. Operetta amorale a fumetti di Vanna Vinci, 24oreCultura, 2016

Un graphic novel che ripercorre l’esistenza di Frida Kahlo, artista che non ha bisogno di presentazioni. Le illustrazioni di Vanna Vinci, su pagina bianca, danno spazio alla sua figura iconica e affascinante dai colori vibranti, nonostante la durezza e l’intensità dei suoi giorni.
Frida è assorta nel suo racconto, traccia asciutta i confini, segue anche le linee della sua arte personale e fortemente simbolica. Veste da tehuana, secondo gli abiti tradizionali tanto gradito a Diego ma anche per esaltare il mondo primitivo indio, quello messicano più vero al quale si sente più vicino.
Apparentemente sembra un dialogo immaginario con l’autrice o un presunto lettore, dopo poche pagine l’enigma è risolto: la Morte, sua compagna di vita, con la quale ha intessuto un rapporto inconsapevolmente viscerale. Finché sussurra: «ho mai avuto paura di te…»

 

Paradisi minori di Megan Mayhew Bergman, NN editore, 2017

Scrivo qualche riga giusto perché rientrava nei titoli che l’anno passato mi sono sfuggiti. È stata una lettura che ho abbandonato dopo i primi quattro racconti, mi sono concessa in più Le balene di ieri per il titolo. Le storie scorrono veloci, ho ravvisato qualche traccia di James Poissant soprattutto per il legame tra letteratura e animali, ma c’è una cosa che mi ha fatto storcere il naso: la sensazione di aver già assorbito questa scrittura con esiti migliori in altre occasioni. I più hanno lo hanno amato, a me è rimasta una grande confusione.

 

Ragazze con i numeri. Storie, passioni e sogni di 15 scienziate di Vichi De Marchi, Roberta Fulci, Editoriale Scienza, 2018, dagli 11 anni

Se dovessi scegliere chi avrei voluto essere tra le donne presentate in questo volume, forse direi tutte, di ciascuna prendere una pillola di coraggio, caparbietà.
Quindici ritratti di donne – Valentina Tereshkova, Jane Goodall, Tu Youyou, Katherine Johnson, Rita Levi Montalcini, Margaret Mead, Katia Krafft, Maryam Mirzakhani, Wangari Maathai, Rosalind Franklin, Vera Rubin, Sophie Germain, Laura Conti, Maria Sibylla Merian, Hedy Lamarr –, illustrate da Giulia Sagramola, che nel campo delle scienze hanno dato notevole contributo, in alcuni casi mettendo in pericolo la propria vita e superato limiti, sancito primati. Donne determinate che hanno dato rilevanza e rispetto ai propri sogni e a sé stesse tra mille difficoltà, in primis i pregiudizi, il maschilismo latente e subdolo. Il caso di Rose Franklin è il più sbalorditivo, per il tardissimo riconoscimento allo studio del DNA, avvenuto post mortem.
Titoli simili ne esistono già in libreria ma in questo caso si fa un salto di qualità: il percorso professionale ed emotivo, non è risolto in poche battute, è affidato alle stesse scienziate così che è possibile percepirlo. Alla fine una scheda riassume le tappe fondamentali e spiega la portata nell’ ulteriore progresso della scienza.
È un libro che dovrebbe essere letto da tutti, fin dalla più tenera età per il suo forte carattere educativo, dibattito che dovrebbe essere esteso a ogni campo professionale.

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Umami di Laia Jufresa , Edizioni Sur, 2017

Romanzo polifonico, dalla struttura interna curiosa – quattro parti che retrocedono dal 2004 al 2000 –, in cui Laia Jufresa dà ai suoi personaggi sincerità e ironia, a ciascuno ha affidato una voce univoca, distintiva, non impastata l’una dell’altra.
Villa Campanairo, a Città del Messico, è un comprensorio di cinque abitazioni disposte come la mappa dei sapori sulla nostra lingua – acido, amaro, salato, dolce e umami, scoperto dai giapponesi e significa delizioso.
Dice Alfonso a Linda:

Il modo migliore di capirlo è questo: pensa a una pasta, pensa a un piatto di spaghetti. Non è niente, non sa di niente. Carboidrati insapori. Ma se ci metti dell’umami, se ci metti parmigiano o pomodoro o melanzane, zac! È un pranzo.

Qui Umami è il gusto che si cerca di dare alla vita, per compensare le perdite.
Ciascuno per tale motivo palesa una certa dedizione: Ana investe un’estate nell’allestire la sua milpa, terreno adibito alla coltivazione di mais, fagioli e zucca; Marina dipinge non si sa cosa e inventa i nomi dei colori, che afferrano un preciso stato d’animo e una situazione – biansibile, griste, nettrico, violettocomio; Alfonso porta in giro le bambine-Pinocchio e scrive ipotetiche righe a Noelia o forse è la donna a raccontare; Luz vorrebbe scovare il castello dell’imperatore Umami in fondo al lago ed resistere sott’acqua cento secondi.
Ci sono in ballo separazioni, dolore, gioie, complicazioni, scelte ardite. Diversi sapori.

 

Mistero doloroso di Anna Maria Ortese, Adelphi, 2014

Il primo termine che mi viene in mente per questo libro è prezioso, per lo stile, il colore dato alle espressioni, ai dettagli: «sogno, disperazione e magnificenza insieme».
C’è una Napoli azzurra, incastonata sul finire del Settecento ma al tempo stesso svincolata dalla Storia. Come dicevo sopra le sfumature sono importanti, non un mero meccanismo estetico, con tutta la geografia di vicoli e piazza, rituali sociali e religiosi.
Ferrantina, che insieme alla figlia Florida, reca nel nome il proprio destino, è fedele all’ubbidienza rigida di appartenenza sociale, quasi che la violazione di questo limite si riveli una disgrazia. Perché sul palcoscenico appare anche Cirillo, nipote del re di Borbone. Questi sono gli attori intorno cui la vicenda si dipana con il suo mistero, in questo caso doloroso, da sondare, che procede per contrapposizioni – altro/basso, amore/morte – dilatandosi nel suo carattere visionario, nell’immensità dell’esistenza, che accomuna tutti senza trovare soluzione.

E in lei era una grande e triste confusione, quel dolore, al centro, di un cosa atroce e vellutata, una rivelazione, come un portento, che doveva certo essere nella vita, ma per lei, nella sua ignoranza non aveva nome.

Monica Farnetti ne delinea il percorso, le suggestioni letterarie e personali intorno cui ruota il mondo della Ortese, soprattutto il suo riferimento a Leopardi e alle sue opere precedenti, Il cardillo addolorato e Il porto di Toledo.

 

L’articolo
Cancellate il vostro account di Faceook! Le azioni d’artista contro i colossi del web di Valentina Vanni, «Artribune», 26 marzo 2018

Lo scandalo Facebook e Cambridge Analytica, sulle vendità di dati degli utenti alla società inglese per influenzare le elezioni americane, pone una questione fondamentale: quanto effettivamente conosciamo le normative sulla privacy e ingenuamente ci fidiamo a lasciare sparsi sul web le nostre identità, con il presunto fine di socializzare o di libertà di espressione.
Anche l’arte è entrata, già prima che il caso scoppiasse, a dire la sua.

 

I film
Sono due.
L’attesa di Piero Messina (2015), trasmesso su Iris a inizio mese, che spero per chi l’abbia perso di vederlo a breve. Due donne attendono, Jeanne e Anna, un miracoloso ritorno: come se il ricordo fosse più vivo della realtà. Sullo sfondo una Sicilia aspra e lontana dalle solite rotte, e nel pieno di riti pasquali. Ispirato a un dramma di Pirandello, La vita che ti diedi.
Per idea della fotografa belga Agnès Varda, Visages Villages (2018), documentario al tempo stesso divertente, è un incontro tra le periferie rurali dimenticate e l’arte. I volti, come recita il titolo, delle piccole comunità diventano un progetto importante di creatività, che vede sulla stessa strada l’artista francese del collage murale JR, che vive perennemente con gli occhiali da sole. Visages Villages fa il percorso inverso rispetto a The Square di Ruben Östlund per quanto riguarda l’arte (anche se lì il tono narrativo è più forte e sulle antitesi si giocano altre questioni sociali), su una condivisione e partecipazione dal basso per un recupero e consapevolezza della proprio ruolo nella società.
E infine, Godard aprirà le porte ad Agnès?

La curiosità
La Turban School di Elisabetta Har Atma Kaur risponde al grido di Woman Empowerment: nel gesto di avvolgersi la testa con il tessuto si prende consapevolezza di se stesse, si spicca in mezzo agli altri, si è regine:

I’M BEAUTIFUL
I’M BOUNTIFUL
I’M BLISSFUL

 

La canzone
Missing degli The XX
È un brano del film L’attesa, di cui ho parlato brevemente sopra, ricorre più volte durante e chiude il film. Notturno.

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2 Commenti

  • Reply Arantxa

    Molto stimolante questa playlist, dei libri che citi ne ho letti qualcuno, Paradisi minori l’ho acquistato dopo aver letto recensioni positive, sinceramente non mi ha soddisfatto, sono arrivata fino alla fine, non l’ho abbandonata come è successo a te, ma ho faticato, le storie mi sono sembrate tutte uguali con la stessa trama: una protagonista con qualche sfiga che deve farcela da sola e trova conforto nella vicinanza con un animale, non ho trovato niente di più.
    Anche Umami mi ha deluso, l’ho trovato cupo sempre a parlare di morte che a un certo punto ho detto basta, Frida invece l’ho gradito subito invece.
    Ragazze con i numeri devo cercarlo, grazie.

    30 marzo 2018 at 10:07
    • Reply Marina Grillo

      Secondo me Il paradiso degli animali è scritto decisamente meglio. Umani non mi è parso cupo: ho apprezzato come sia stato trattato il tema morte.
      Però anche in Frida si parla di morte 😀

      11 aprile 2018 at 12:27

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